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baby boom

Trovare fonti d’apprendimento ed ispirazione non è facile.

Esistono i libri ai quali ispirarsi.

Purtroppo, però, molti libri di management sono il condensato della noia ed io li consiglierei solo a chi soffre d’insonnia: dopo poche pagine “la palpebra cala” e si cade in un sonno profondo.

Questi testi spesso e volentieri sono un’autocelebrazione di coloro che li scrivono e, mancando di sentimento, non sono convincenti: li trovo teorici e poco terreni.

Non parliamo poi di quelli che offrono la soluzione fatta “a regole d’oro” tipo: “Il manuale delle giovani marmotte”. Generalmente gli Autogrill ne sono pieni, e tra una coca-cola ed un  panino, si fanno osservare elargendo, già dai titoli, consigli per:

  • parlare in pubblico
  • uscire dalla crisi economica
  • gestire il tempo
  • vendere di più e meglio
  • delegare
  • essere leader

e così via…

Consigli di vita che vengono venduti  in luoghi di passaggio e al “trancio”.

Se poi osserviamo le persone con cui ci confrontiamo nell’ambiente di lavoro per avere degli esempi concreti a cui ispirarci possiamo anche cadere in una profonda depressione.

Per molti di loro il successo è legato alla personale capacità di saper “segare”, tagliare”, “accorciare”, “abbassare”, e “tormentare” senza mai crescere e far crescere.

Personalmente evito di ispirarmi a persone dell’ambiente professionale  per non avere delusioni future e cerco altrove le mie fonti di crescita ed ispirazione.

La natura mi ha creato “ingenuo” e “credente” e per questo mi sono trovato troppo spesso di fronte a degli ideali che poi sono stati millantati nel tempo da comportamenti che andavano esattamente nella direzione opposta, facendomi sentire deluso e solo a caccia di un me stesso migliore.

Tolti molti libri manageriali e molte persone, rimangono alcuni saggi, qualche romanzo, l’arte, nelle sue molteplici forme e tutti i bambini.

I bambini sono i veri saggi della nuova era così come lo è la natura che ha capito come farsi rispettare ed i cani che ci amano incondizionatamente per come siamo e per quello che facciamo.

L’egocentrismo che è alla base del malessere sociale e alla radice della parola “crisi” non ci consente di ascoltare chi porta “candidamente” e dentro sè la vera essenza della saggezza.

Ve ne voglio dare un esempio.

Anni fa mi trovavo in vacanza alle Baleari con mia moglie e mio figlio di 2 anni, io ne avevo 29.

Avevamo affittato una casa in riva al mare: Avevo una moglie bellissima, un bambino da copertina ed un lavoro che mi permetteva di sentirmi accolto nel mondo di coloro che, professionalmente, erano proiettati verso il successo.

Sfoggiavo, casa, moglie e figlio a testimonianza di un’apparenza che credevo essere l’emblema del “vincente”.

Una splendida mattina calda e soleggiata mi trovavo a camminare sulla spiaggia con mio figlio (dovevo stare un pò piegato per tenergli la manina).

Sul mare, oltre a villeggianti a mollo e barche a vela, saettavano moto di mare, le prime che io abbia mai visto. Preso da una voglia incontrollabile di provarne una e non avendo voglia di riportare il bambino alla base, mi diressi con lui al baracchino del noleggio.

Desidero affitarne una“, “per entrambi?” rispose l’addetto, tutto muscoli e bandana. “Si, certo, sono sicuro che a mio figlio piacerà moltissimo!”

Poi mi rivolsi verso Tommaso che in silenzio si stava facendo mettere un mini giubbotto salvagente, “allora sei contento?”  Ora andiamo assieme ad esplorare il mare con questo disco volante acquatico!!!” (mi comparve all’improvviso il volto di mia moglie che esprimeva assoluto dissesnso, ma la eliminai in un batterd’occhio) “si” rispose il cucciolo poco convinto.

Portata la moto d’acqa in mare, l’istruttore l’accese ed il motore comiciò a scopiettare.

Posizionai mio figlio davanti a me: “Tieni le mani sul manubrio, mi raccomando“ sentivo la sua microtestina appoggiata al mio petto “giubbottato” ma non vedevo il suo sguardo.

Partimmo.

La moto era potente ed ad ogni minima onda volava per aria atterrando sull’acqua fragorosamente. L’ adrenalina saliva ed io mi sentivo un Dio: le mie risate ed urla di gioia si mescolavano al rumore del motore  ed al fragore del mare dilaniato dal suo scafo. Tom, impassibile, stringeva le manine al manubrio. Io, sempre più gasato, passavo velocissimo tra le barche virando ripetutamente a gomito provocando grandi e volgari spruzzi salmastri.

(un flash: dopo circa 15 anni, mi trovai per lavoro in crociera, ai Caraibi, con Tommaso. Ero stato ingaggiato da ENI per una conferenza  sulla qualità del servizio. Avevo chiesto e ottenuto di farmi accompagnare dal mio bambino ormai alto un metro e ottanta. Una mattina approdati a St Thomas, spiaggia caraibica e bianchissima, lasciai che mio figlio affittasse una moto d’acqua da solo.  Mentre lo osservavo fare il pazzo tra le barche notai una pinna nera a pochi metri da lui…cominciai ad urlare, solo come un italiano di origine napoletana sa fare, sbracciandomi e dicendogli di tornare a riva. Lui non sentiva e fortunatamente non vedeva.. nelle mie orecchie la colonna sonora del film lo Squalo…  vuuuuuumvuuuuumvuuuuuumvuuuuuum..vum. vumvumvumvum! Vedo ancora la sua sagoma sulla moto troppo lontana da me e sento le mie urla che eccheggiano ancora vane nell’aria.  Ho avuto paura di perderlo e mi sono sentito morire. )

I lunghissimi 20 minuti di noleggio erano ormai finiti, decisi, allora, di tornare alla base.

La prua della moto, che ormai era stata spenta, lambiva, insieme alle calmissime onde, la spiaggia spagnola. Scesi dal cavallo d’acqua meccanico e feci per afferrare mio figlio dalle ascelle per portarlo in braccio a me. Purtroppo non ci riuscii: le manine, ormai blu per mancanza di circolazione sanguigna bloccata dalla forza ed il terrore che aveva provato, si erano tenacemente saldate al manubrio senza più venir via.

Dovetti staccare lentamente le sue ditina una ad una dalla stretta micidiale con cui si erano fuse insieme alla gomma delle manopole.

Col cuore in gola e pieno di senso di colpa riuscii a smontarlo dalla moto e portarlo direttamente al mio petto.

Teneva la testa china per non guardarmi. Per ottenere la sua attenzione, sorridendo e falsamente euforico  gli domandai : “Alloraaa amooooreee, ti sei divertito?”

Fu allora che alzò gli occhi e li diresse nei miei rispondendomi:  POCHISSIMO “.

Non voleva deludermi e, aiutato dal pensiero positivo che caratterizza ogni creatura icontaminata, mi aveva dato una lezione, con una sola e perfetta parola, senza offendermi ma facendomi sentire un inetto.

Quel “Pochissimo” mi accompagna ancora oggi.

Meglio di  qualsiasi librio al trancio o lezioni pompose… non credete?

Love

 

 

 

 

Una giornata particolare

Qui di management (o forse si) parlo poco.
Racconto di una grande emozione provata ritrovando i miei compagni di nuoto (ho gareggiato durante la mia adolescenza) dopo 30 anni. Con loro ho condiviso l’amore per lo sport e l’acqua in particolare, bracciata dopo bracciata. Qui parlo d’amore, di un grande amore……e di VERO SPIRITO DI SQUADRA CHE CI HA MANTENUTI LEGATI PER ANNI COME PER MAGIA.
Già mi batteva il cuore in aereo, non per la paura di volare (che è costante) ma per il fatto che avrei rivissuto in modo tangibile e a colori il mio passato.
Il fatto di essere invecchiato e forse non riconoscibile mi lasciava indifferente: anche per gli ex amici, rivali d’acqua e compagni di giovinezza, in fondo, il tempo era trascorso inesorabile.
L’aspetto che più mi faceva riflettere era che per quasi tutti (purtroppo per alcuni la vita si era scagliata contro di loro in modo brutale in giovinezza) gli anni erano passati e l’esperienza della vita li aveva segnati, a volte feriti o resi felici. Avrei trovato ex ragazzine diventate mamme, ex ragazzini diventati manager, insomma, anche se su strade differenti, avrei trovato l’ingenuità di un tempo svanita e graffiata dall’esperienza della vita.
Pensavo a Patrizia (Miserini), che per me era stata il vero talento naturale (la ricordo volare, a rana ,sull’acqua) con quel volto da bimba e la facalcata fulminante che le permetteva di lasciare indietro tutte le sue rivali. Il suo sorriso la sua ingenuità accompagnata da grinta natatoria mi erano state sempre da esempio. Guardarla nuotare ed ascoltare una poesia per me era la stessa cosa. Poi Laura (Gorgerino), la Pippi Calzelunghe del nuoto italiano, sempre sorridente con i suoi immancabili codini sbiaditi dal cloro che in acqua sembrava pervasa da una costante scossa elettrica macinando bracciate potenti e leggere nello stesso tempo.. Donatella (Talpo) una sorta di gigante buono le cui bracciate a delfino mettevano timore a chiunque: caparbia, potente, unica, fantastica. Ed infine Alessandra(Cornelli) di cui ricordavo uno sguardo fiero e sprezzante esattamente come la sua nuotata, una specie di missile sempre lanciato sul podio più alto.
Avrei voluto, intimamente ritrovarle così, ragazzine, piccole dive del nuoto italiano. Il mio naturale senso di protezione avrebbe voluto che la vita, nei suoi aspetti più cupi, non le avesse toccate lasciando loro quella spensieratezza e gioia che il nuoto aveva regalato.
Mi sono sempre considerato un nuotatore di serie B, perchè sul mio cammino ho sempre trovato qualcuno che mi batteva. Gluk così Aronne (il mitico) mi aveva soprannominato, Gluk l’eterno secondo, la giovane promessa poi persa per strada. Secondo in vasca, ma primo quando osservavo i miei compagni condividendo le loro vittorie e le loro medaglie. Mi sentivo parte di loro, delle loro emozioni e gioie.
Ero curioso di rivedere Bip Bip (Marcello Guarducci) che, ai tempi, per me era una specie di alieno e che ora era diventato umano come tutti noi. E poi e poi e poi Valerio (Sciannamea) ! Compagno di dorso e di vasca il più vicino a me ed ai miei risultatie e Carlo (Nardelli) che ricordavo riccioluto e dispettoso, forse per quel sorriso che non sapevi mai se fosse stato ironico e pungente o solamente felice. Un Carlo che avevo risentito al telefono pochi giorni prima, così pacato ed adulto.
Ormai in auto, solo, per le campagne collinose del circondario romano mi stavo avvicinando alla meta. Per sentirmi protetto, complice e meno vulnerabile avevo chiamato al telefono Michele (Garufi, la roccia, il conquistadores) almeno sei volte per sentire la sua voce, la sua presenza protettiva ed il suo accento lombardo. Azz..pensavo, solo due milanesi tra Lazio e Aniene! Mi sentivo come prima di una coppa Banchelli emozionatissimo e con la responsabilità di sostenere l’immagine del nuoto nordico di fronte all’irruente onda del nuoto laziale.
Poi, come d’incanto, arrivaii nel paesino da “Signore degli Anelli” che avrebbe accolto l’evento. Cominciava il momento dei riconoscimenti e del magone. Sentivo odore di cloro, ma era soltanto suggestione dovuta alla presenza di tante vasche macinate insieme.
INSIEME, la parola chiave di questo evento che è stato tutt’altro che malinconico.
INSIEME, perchè eravamo un’unica entità protetta dall’amore per lo sport, ma soprattutto dalla solidarietà determinata dal fatto che eravamo ancora a contatto con l’acqua, ma non dentro, sopra, sulla barca dei ricordi e di un amore sconfinato.

Grazie, amici.

Newsletter….

Caro Babbo Natale,

mi raccomando se arrivi con la slitta e con le renne, ricordati che qui, a Milano, e praticamente in tutta Italia, nessuno si ferma, con la propria auto, alle strisce pedonali.

Un consiglio, se ti dovessero lasciare attraversare, ringrazia con un sorriso e passa molto velocemente. Gli automobilisti italiani potrebbero perdere la pazienza e tirare sotto qualche renna e te compreso perchè sei vestito di rosso…. un colore che non è più di moda da queste parti.

Se dovessi girare per la città con i regali e per caso ti dovessi distrarre mentre fai le tue consegne, lega con catena e lucchetto quelli rimasti sulla slitta. Pensa che io, ultimamente, sono andato in motorino da blockbuster per noleggiare un film: avevo appena finito di fare la spesa e avevo lasciato il sacchetto appeso al manubrio del mezzo, quando sono uscito col mio dvd noleggiato, la spesa non c’era più…

Caro Babbo Natale, mi spieghi tu che centri con Gesù bambino? In fondo è il suo compleanno e non il tuo.

(Io faccio una gran confusione con Gesù Bambino e Babbo Natale. La joint venture, tra questi due personaggi non l’ho ancora capita, il compleanno è di Gesù Bambino ed è poi Babbo Natale che porta i regali.

In Chiesa si va per pregare Gesù Bambino e ringraziarlo di essere nato o per ringraziare Babbo Natale che ci ha portato i regali?

Non so quanti siano confusi come me, ma sicuramente siamo in tanti. Penso, ad esempio, ai bambini ricchi i quali aspettano con ansia i regali inutili che amano spacchettare sotto l’albero. A volte sono talmente tanti che si stancano perfino di scartarli. Forse è proprio per questo motivo che poi si rifiutano categoricamente di andare in Chiesa a pregare colui che ha permesso loro di stare sotto l’albero e ricevere ……. troppo.

Sono convinto che  proprio in questo contesto si comincino a formare quei plotoni di giovani che da adulti sono soltanto capaci a chiedere e a non dare.. )

Caro Babbo Natale, come regalo vorrei che facessi conoscere meglio Gesù Bambino al mondo e , proprio per questo motivo, vorrei darti qualche suggerimento:

Regala, ad esempio:

  • Compassione (vorrei che gli umani cercassero di capire “perchè la gente fa quello che fa” invece di giudicare e condannare l’operato degli altri.  Questo sicuramente li renderebbe migliori)
  • La capacità di apprezzare il bello (un bello che non sta in una borsa di marca o in un gioco virtuale, ma in un fiore o nel raro sorriso di qualcuno)
  • Sorridere alla vita (facendo capire che la vita è un dono meraviglioso e solo per questo i regali sono inutili)
  • Stupirsi (il mondo è pieno di miracoli ma nessuno li vede più)
  • Aiutare ed aiutarsi (far capire al mondo intero che allungare una mano verso qualcuno che ne ha bisogno è il vero senso della nostra esistenza e provare ad allungarla perchè non è una sconfitta, ma una vittoria)
  • Piangere (la gente non lo fa più, ed io vorrei che imparasse a farlo perchè non esiste soltanto il pianto disperato, che è alla base dell’egoismo, ma anche il pianto di gioia che è in assoluto l’emozione più elevata che si possa provare essendo la quintessenza della gratitudine)
  • Ridere di gusto (ma non per le disgrazie altrui, solo perchè si è felici)
Babbo Natale, fai capire al mondo che forse ognuno di noi è emanazione Divina e che ognuno di noi è una piccola parte di quel miracolo globale che si chiama VITA.
 
Nel giorno di Natale siamo tutti uguali: amministratori delegati, dirigenti quadri, venditori, consulenti, mamme papà, figli… siamo un pezzetto di Gesù Bambino.
 
Peccato che sia solo un giorno su trecentosessantacinque, un giorno unico e memomarabile che ci ricorda di essere migliori, per noi stessi e per gli altri.
Babbo Natale, regala MEMORIA e fai in modo che il Natale sia tutti i giorni, forse solo così potrà esistere un mondo a colori.
Love
 

Christmas Management

Chissà cosa penserebbe Gesù Bambino se venisse invitato alle cene aziendali di Natale!

Circa dieci giorni prima dell’attesa festa invernale, che ci vede raccolti in famiglia a scambiarci regali (sempre più miseri come  i nostri portafogli), ecco che arriva l’inmancabile appuntamento aziendale di fine anno: La cena di Natale!

Se per dodici mesi nessuno si è mai sentito considerato dai propri capi, ecco che arriva il Bambin Gesù a bussare alla porta degli uffici del management ricordando loro che l’azienda è una grande famiglia, e che in fondo, in fondo e ancora più in fondo, ci si vuole tutti bene.

Questo amore di fine anno suona così stridente alle orecchie ed agli occhi di tutta la popolazione aziendale, che, la cena di Natale,  risulta essere la ciliegina sulla torta della falsità globale.  

Ecco perchè nessuno ci vorrebbe andare.

Il problema è che se non si fa “atto di presenza” i comuni mortali verranno additati dai “padroni di casa” come coloro che non credono nel “sano” principio dell’attaccamento all’azienda. 

Quindi, è d’obbligo partecipare.

Soltanto i più temerari arrivano ad inventarsi , all’ultimo momento, una malefica influenza che li ha stecchiti a letto obbligandoli, ahimè,  a rinunciare a tanta gioia.

Generalmente il popolo aziendale aspetta con circospezione la mail con l’invito da parte del management e l’entusiasmo con cui viene accolta è paragonabile all’entusiasmo con cui si accoglie l’invito ad un matrimonio, sapendo che si obbligati a fare un regalo importante.

La differenza tra l’invito ad un matrimonio (soprattutto quelli per i quali si ha la sensazione di essere stati subdolamente invitati solo per “dovere”) e la cena di Natale aziendale sta proprio nel regalo.

Se nel primo caso la frustrazione è dovuta al dispendio di risorse finanziarie per qualcuno di cui ci importa relativamente poco, nel secondo caso la frustrazione sta nel regalo che si riceve.

Eccone alcuni esempi:

  • portachiavi col marchio aziendale
  • penna col marchio aziendale
  • matita col marchio aziendale
  • agenda col marchio aziendale
  • orologio da tavolo, tarocco, col marchio aziendale
  • panettone, da discount, con marchio aziendale
  • spumante da “luna park” con marchio aziendale

naturalmente non tutti insieme.

I capi consegnano felici i cadeaux, scelti dalle loro segretarie, il più delle volte senza conoscere il loro contenuto.

Con un certo imbarazzo, determinato dalla totale mancanza d’amore con cui sono fatti, vengono velocemente scartati e messi via dal pubblico presente.

Ognuno percepisce questi regali come ” simbolo” e “concreta testimonianza” della loro insignificante presenza in azienda.

Il bello è che durante quelle poche ore trascorse intorno ad uno o più  tavoli, condividendo un menù da carrozza n 5 seconda classe di trenitalia, la gente sembra anche divertirsi.

Alcuni giorni fa mi trovavo al bar di un albergo, alle porte di Treviso, costruito apposta per accogliere questo genere di feste.

All’ingresso erano stati allestiti dei lunghissimi appendi abiti, sovraccarichi di cappotti, cappelli e sciarpe ognuno dei quali sapientemente abbinato ad uno scontrino, azzurro, numerato e appiccicato con lo scotch.

Incuriosito, chiesi ad uno dei camerieri di passaggio cosa stava accadendo.

Una serata bestiale“! , mi rispose, “ben tre aziende tutte in una volta!!”

“Cena di Natale?”, chiesi io, “Si, purtroppo” rispose, mesto, il cameriere.

Con la malignità che caratterizza Mr. Bean,  mi misi in postazione strategica per vedere i commensali che uscivano dal ristorante e criticarli con sarcasmo interiore.

Riconobbi, le amministrative e gli amministrativi per il loro triste abbigliamento da festa, i giovani manager con le loro cravattone extralucide e le “bellocce”, che, sfoderando supertacchi 15 cm con zeppa, sghignazzavano maliziosamente tra di loro.

Ne notai una, (a mio avviso la segretaria del boss) che, con una scollatura vertiginosa metteva in piazza le sue tettone palesemente rifatte da poco. Fiera dei suoi due “gingilli” e non curante degli sguardi severi delle più attempate impiegate, elargiva sorrisi a tutti, compresi i muri.

Mi divertivo ad ascoltare i commenti, ma uno in particolare mi colpì:

L’autore fu un signore di mezza età dotato di canuta piazza, che, mentre si infilava il cappotto cammello da sera con cartellino azzurro numerato e tenacemente appiccicato sul di dietro, esclamava:

“Hei ragazzi, adesso tutti a vedere la lap-dance!!”

Stavo bevendo un tè caldo e quasi lo sputai dal ridere.

Mi immaginai un locale di lap-dance, nella campagna trevigiana, pieno di uomini di mezza età molto poco stimolanti per le ballerine, che con occhio libidinoso, guardando corpi nudi danzanti, dimenticavano il loro tran tran quotidiano.

Ignari, però, che il loro cappotto portasse ancora l’inesorabile cartellino azzurro indicante un numero.

Un numero che rappresentava anche fuori dall’azienda il loro marchio di fabbrica.

Love.

 

 

 

 

Alta fedeltà

La fedeltà è un lusso.

Requisito di base della fedeltà è la fiducia reciproca, accompagnata dal rispetto per chi si ama.

La fedeltà richiede un dose massiccia di sincerità ed il desiderio di compiere qualcosa di grande “insieme”.

 

Nella maggior parte delle aziende gli obiettivi che accomunano una moltitudine di manager sono i seguenti:

  • mantenere salda la propria posizione
  • eliminare chi viene reputato più bravo ed intelligente
  • allontanare chi lotta veramente per uno scopo comune (il successo dell’azienda)
  • pensare al proprio benessere e non al ben-essere proprio e degli altri.

Il “sogno imprenditoriale”, ovvero l’entusiasmo per costruire un business sano ed un futuro brillante per chi ha deciso di salire a bordo della grande nave, che si chiama azienda,  non interessa a nessuno.

La maggior parte delle navi aziendali sbandano e naufragano nel grande mare dell’incertezza perchè capi e grandi capi hanno lasciato il timone, di cui avrebbero dovuto essere responsabili, per occuparsi esclusivamente del proprio stipendio o della loro buona uscita in caso di licenziamento lampo.

Di fronte a questa malcelata missione individuale del management, il sogno generalizzato di chi fa parte della ciurma è quello di sperare che la nave non affondi e di conseguenza non annegare.

Quindi, poichè nelle aziende non esistono: nè ”il pensiero democratico” , nè “il sostegno reciproco” nè “un sogno globale” la fedeltà risulta essere assolutamente impossibile.

Il desiderio di abbandonare “la nave” dilaga tra le persone, sia intimamente sia urlato a squarciagola perchè i capi non hanno mantenuto le loro promesse riguardanti un futuro migliore per tutti.

Come può esistere la fedeltà laddove le persone che chiedono coerenza ricevono in cambio fumo negli occhi?

Come può esistere attaccamento alla propria azienda se è proprio lei che ti tradisce per prima?

“Credevo fosse amore ed invece era un calesse!!” è il pensiero degli onesti e dei volenterosi.

La delusione incide sui risultati e le promesse non mantenute distruggono le idee brillanti.

Stagnazione e immobilità creativa caratterizzano così le nostre povere aziende maltrattate e depauperate della loro linfa vitale da parte di pochi ma solidi vampiri manageriali la cui parola più utilizzata è “ NO”.

Chi crede, chi ama, chi lotta per uno scopo comune viene additato come un pazzo che guida contro mano in autostrada, come colui che ha deciso di morire in modo plateale anteponendo gli interessi sociali ad un proprio interesse personale.

Infedeltà significa tradimento e nellea maggior parte delle aziende, ahimè, ci si sente traditi.

La frustrazione peggiore e più dolorosa è determinata nella consapevolezza di aver donato il proprio cuore e la propria dedizione a chi non lo merita.

Il concetto di “successo” ha oggi  preso un colore violaceo che ricorda più la morte che la vita, perchè, oggi, si ha successo solo se si antepone la propria sopravvivenza alla propria dignità.

Nelle aziende non si ride più ma si piange spesso.

Per colpa di pochi, che vedono il mondo in bianco e nero e che invece di sorridere alla vita sorridono alla priopria auto aziendale e al proprio conto in banca, il futuro è buio come la pece.

Mi hanno sempre raccontato che il capitano di una nave che affonda, affonda con lei per raccontare ed ammettere al mondo intero la propria incompetenza salvando, però, la propria dignità.

Oggi le navi aziendali sono dotate soltanto di una o al massimo due “schicchissime” scialuppe manageriali abilitate, in caso di naufragio, a contenere e salvare i capitani più facoltosi che non curanti delle urla  che provengono dal basso, abbandonano la ciurma che ha creduto in loro.

Propongo di mettere negli uffici degli specchi, dove le persone potrebbero osservare e contemplare, oltre i loro volti, i loro pensieri.

Peccato che l’immagine che è scattata subito nella mia mente è quella di molti specchi dorati velocemente ricoperti da drappi di velluto, tutti neri.

Dracula  insegna…..

Love, profondamente love, malinconicamente love.

 

 

 

Natural born killers

Il post crisi registra grandi cambiamenti di assetti aziendali, il cui slogan, trito e ritrito è: “abbattiamo i costi!”.

L’abbattimento di costi, conseguente a risultati aziendali scarsi, coincide con l’apertura della stagione della “caccia al colpevole”.

 

Durante questo periodo di caccia la maggior parte delle energie umane viene sprecata in ore ed ore passate in riunioni dove il management “che conta” decide chi deve rimanere e chi se ne deve andare: i risultati possono aspettare.

Spesso, nelle aziende, la parola “cambiamento” coincide con la parola “licenziamento”.

Le persone si aggirano per i corridoi aziendali senza sapere esattamente se saranno loro ad essere silurate: si sorridono a vicenda con espressioni stereotipate da “ebeti contenti” e magari si invitano, reciprocamente, a prendere un caffè col preciso intento di carpire informazioni sul loro futuro.

Poichè le informazioni non sono mai precise e le fonti mai particolarmente chiare, la frase di introduzione più utilizzata per anticipare “fuori onda” il futuro che spetta al singolo o più persone è generalmente: “si dice che..”

  • si dice che la tua divisione sarà dimezzata
  • si dice che il capo del capo abbia già ricevuto il benestare
  • si dice che ti cambieranno ruolo..forse
  • si dice che quelli “come noi” non servono più all’azienda
  • ecc ecc

“si dice che..” è l’arma più semplice utilizzata dalla truppa aziendale per uccidere definitivamente le speranze del prossimo ed insidiare, in modo assolutamente infantile, la perversità di un potere che non condivide.

    Il clima aziendale diventa, così, ogni giorno, sempre più pesante.

A livelli gerarchici superiori le armi sono molto più sofisticate e molti dirigenti vengono assoldati dagli Amministratori Delegati per fare fuori quei colleghi considerati “superflui” (come i peli) e che fino a pochi giorni prima lavoravano gomito a gomito con loro.

Il problema è che questi killers non portano una targhetta identificativa, ognuno sa di esserlo, ma, ovviamente non lo dice agli altri.

Al cospetto di un’apparente serenità aziendale si trama, si odia e si uccide.

I furbi rimangono zitti ed impenetrabili gli stolti mostrano al prossimo un’angoscia quasi palpabile.

Dietro questa angoscia si cela il dubbio di rimanere a casa da un giorno con l’altro.

E si sa, intime profezie spesso si traducono in realtà

Questo accade perchè i killers non conoscono gli altri killers e perchè esiste anche la possibilità che alcuni killers possano essere stati designati, a loro volta, come vittime.

Vince sempre chi non conosce i sensi di colpa. In fondo la vera differenza che esiste tra un “serial killer” ed una persona normale è la sua assoluta mancanza di sensi di colpa nei confronti degli omicidi di cui è autore (consapevole).

Nei momenti di grande cambiamento non si può più contare sui colleghi amici nè ci si può confidare con qualcuno: sia le confidenze, sia le le proprie ansie possono ritornare contro chi le ha espresse, sotto forma di boomerang.

Quindi, quando l’azienda cambia assetto, le persone sono sole in quella micidiale solitudine che le vede, comunque, insieme agli altri ma l’uno contro l’altro.

I killers giocano il ruolo di una giuria invisibile legittimata a mettere alla porta del “grande fratello aziendale” chi secondo loro se lo merita.

Ecco allora che, in azienda, aggrega più l’odio che l’amore.

Tutti uniti per uccidere qualcuno, per trovare colpe, errori ed altre cause che ne consentano il licenziamento.

La cattiveria dilaga verso i più deboli che, a volte, ignari sorridono serenamente a chi ha già deciso, per loro, un futuro per strada.

Più colpe si trovano negli altri, maggiori sono le possibilità di nascondere le proprie attraverso un processo di “autogiustificazione morale”.

Molti killers, infatti, gratificano la propria autostima eleggendosi a “salvatori della patria” nascondendo a sè stessi di essere soltanto delle pedine usate ed intortate dal gotha aziendale il cui futuro deve “per forza” essere agiato e protetto.

Nell’era del cambiamento le persone puntano il dito contro il  prossimo a mò di lancia da combattimento infilzando, cuori, speranze ed opportunità.

Il cambiamento diventa allora una lotta alla sopravvivenza dove le persone, incondizionatamente, devono lavorare per portare i risultati.

Mi viene in mente un’eroina, la portinaia del mio condominio, che pur minacciata dal cancro (un’arma feroce e naturale), divorziata e con una figlia piccola a carico, timbra il cartellino tutti i giorni e pulisce le scale.

Lei si che si merita tutta la mia stima.

 

 

Il pianeta delle scimmie

Nell’era del servizio dove il cliente dovrebbe essere viziato e coccolato a più non posso non si è mai stati trattati così male e così sfacciatamente come oggi.

Sembra che essere cliente, non sia un pregio, ma un difetto. Una sorta di badge messo ben in vista che indica  il permesso, a colui che ti serve, di trattarti come cosa senza significato (praticamente un deficiente).

Succede dappertutto:

  • in banca
  • al bar
  • in qualsiasi tipo di negozio
  • alla stazione di servizio
  • alla posta
  • al ristorante
  • al check in (aereo, nave, traghetto, aliscafo, treno e autobus)
  • al casello dell’autostrada
  • per strada (se chiedi un’ informazione)
  • dal parucchiere
  • in palestra
  • al telefono (i vari servizi clienti che chiamiamo noi o chi ci telefona per venderci qualcosa, tipo: vino, olio, depuratori, luce, gas, aqua, cibo ecc. che ci beccano sempre quando siamo rilassati in bagno o siamo a tavola o stiamo vedendo un film avvincente in tv)
  • e così via……

La mancanza di riguardo e attenzione da parte del prossimo ci fa rimanere malissimo tanto che, quando qualcuno ci tratta con cortesia e rispetto, rimaniamo attoniti e ricordiamo l’accaduto come un miracolo pensando di avere incontrato un angelo della provvidenza.

Evidentemente il “bancone” viene vissuto, da coloro che lo gestiscono, come una sorta di podio che legittima il potere perverso e la maleducazione.

Pochi giorni fa sono andato a ritirare, presso un mega magazzino commerciale, una macchina fotografica che avevo lasciato in riparazione, poichè in garanzia.

La sera prima avevo ricevuto (dopo quasi 2 mesi dalla consegna) una telefonata da parte di un’addetta al customer service dello store la quale, con tono affabile, mi comunicava che finalmente la macchina era pronta e che sarei potuto andare a ritirala.

Personalmente io detesto i mega centri commerciali perchè la loro dimensione e la miriade di gente che li frequenta mi mette ansia. La mia personale mancanza di senso logistico, poi, mi mette nelle condizioni di perdermi costantemente e ritornare sempre al punto di partenza senza mai trovare l’uscita.

Un altro aspetto che amo poco è il posteggio.

Quando arrivo, nonostante i posteggi siano immensi, non trovo mai un posto libero. Giro e rigiro a caccia di un “buco” dove infilare la mia auto cercando di seguire le indicazioni che il più delle volte sono poste su minuscoli cartelli e non in vista.

Tali indicazioni sono talmente complicate e contraddittorie tra loro, che spesso mi ritrovo in auto contromano, con la sensazione di essere in un labirinto maledetto dal quale sia impossibile scappare.

Una volta entrato nel grande tempio dello shopping, ho la sensazione che l’aria mi manchi e faccio fatica a respirare:  sarà perchè non ci sono finestre, perchè le luci sono al neon, perchè la gente è tantissima, perchè le vetrine sono troppe, perchè insieme al cibo trovi anche le mutande, perchè puoi farti rifare le chiavi o le suole delle scarpe o anche l’esame della vista.

Lo “store” in questione, dove dovevo andare a ritirare la macchina fotografica, era collocato nell’ultimo corridoio a sinistra rispetto all’entrata della “ridente moschea” e portava il nome di un pianeta che, per convenzione, chiamerò “Il pianeta delle scimmie”.

Le “scimmie”  non sono altro che gli addetti commerciali di questo elettronico pianeta le quali, in divisa arancione e blu e con sguardo assente, si aggirano per i corridoi del grande negozio assolutamente incuranti di coloro che potrebbero acquistare o chiedere informazioni: si sa, i clienti disturbano e possono creare fastidiosi problemi!

Il bancone dell’accettazione e ritiro merce era dotato di dieci casse e circa quindici addetti. Alle casse solo due scimmie, mentre le altre, indaffaratissime, si muovevano a testa bassa (per evitare di incontrare gli sguardi dei clienti in coda) da un lato all’altro del loro recinto facendo finta di lavorare.

Le due scimmie addette alle casse cambiavano frequentemente postazione, con la mia personale idea che lo facessero apposta per sviare i clienti in attesa.

I clienti, a loro volta, me compreso, seguivano, di cassa in cassa, l’oscillante cambiamento di rotta del branco di scimmie falsamente iperattive, sperando ansiosamente di essere considerati.

Poichè gli sguardi dello stridente branco erano rigorosamente e sapientemente rivolti verso il basso, nessuno sapeva come catturare la loro attenzione.

Una cosa era certa noi poveri clienti deficienti eravamo già incazzati ancor prima di pagare la merce acquistata e pronta al ritiro.

Un momento di gioia si era convertito in un momento di ansia e di irritazione verso quelle malefiche scimmie ed il loro marchio di appartenenza.

Finalmente, dopo almeno venti minuti di schizzata attesa, la scimmia più brutta  (capelli unti, occhiali spessi, culone rasoterra) incrociando per sbaglio il mio sguardo da labrador ferito mi chiese: “lei cosa vuole?” con tono irritato per il fatto che l’avevo distratta da quello che stava facendo.

“Sarei venuto a ritirare la mia macchina fotografica, in quanto è pronta. Almeno così mi avete annunciato ieri al telefono” .

Ha portato con sè lo scontrino per il ritiro?”

“Quale scontrino? ieri nessuno me lo ha detto” tono disperato, lacrima quasi evidente (solo l’idea di dover ritornare in quel posto mi creava un senso di nausea).

“Impossibile, se ha ricevuto la telefonata ieri sono stata io a farla. E le ho detto di portarlo con sè” ghigno beffardo e soddisfatto.

“Io non mi ricordo, mi scusi” orecchie basse espressione da bambino che l’aveva fatta grossa. “non mi dica che non mi può dare la mia macchina fotografica???” disperazione totale.

“No, infatti, torni a casa e poi venga a ritirare qui la sua macchina !” tronfia, gongolante e felice.

“Ma abito dalla parte opposta di Milano, per me è un viaggio!!” quasi piangendo.

“Mi spiace, la macchia non gliela posso consegnare, sarebbe contro le procedure aziendali“  ferrea ed irremovibile.

A quel punto se avessi avuto una banana avrei saputo dove mettergliela. Brutta scimmia arancione e occhialuta!!

“La prego, mi aiuti….” sguardo da labrador biafrano e supplicante.

“Mmmmmmmmmmmmmmmmm……(molto scocciata), ha un documento con sè?”

“Certo!!” sguardo speranzoso e pieno di gratitudine.

“Dia qua!” afferrando il mio documento con stizza.

La scimmia malefica, scrutò con attenzione la mia carta di identità e si diresse dietro una porta sparendo per alcuni minuti.

Volevo la mia macchina fotografica, volevo fuggire, sparire e volatilizzarmi insieme a lei.

Tornata la scimmia prese ancora tempo: “Ecco qua, aspetti ancora….”

La mia macchina fotografica era lì a portata di mano: avrei potuto prenderla e fuggire mentre la scimmia commessa era girata a fare le fotocopie dei vari documenti di consegna per la merce riparata, ma non lo feci.

Attesi pazientemente che tutte le procedure burocratiche seguissero il loro corso……

Una volta finite le fotocopie la scimmia ritornò da me e mi chiese di firmare tutte le copie.

“Ha con sè la penna?” tono di sfida.

“No, mi spiace signorina” tono mesto e frustrato.

“Lo immaginavo……” e me ne porse una delle sue che erano appese, con uno spago, al suo collo peloso.

Firmai e tornai felicemente in possesso della mia macchina fotografica.

Guardando la scatola mi accorsi subito che la marca era la stessa, ma il modello non era quello che avevo lasciato a riparare. Per puro terrore rimasi zitto.

“Finalmente quasi libero!!” pensai.

Mancava solo il passaggio al cancello di uscita dove, uno scimmione guardiano (praticamente un orango), controllava i sacchetti e la merce di ogni cliente che usciva.

Arrivato il mio turno afferrò il sacchetto e mi bloccò:

“Dove crede di andare??” tono minaccioso.

“A casa” tono affranto (“per non tornare mai più!! pensai.)

“Ma qui non c’è lo scontrino!!!”

Evidentemente lo scimmione guardiano, enorme e vestito di nero, pensava di aver colto un ladro in giacca e cravatta che voleva svignarsela con la refurtiva.

Per me l’idea di ritornare a tu per tu con la scimmia commessa era talmente insopportabile che avrei lasciato volentieri la mia macchina fotografica al di qua della dogana.

“Sto tornando dall’ufficio “happy customer care” e la signorina mi ha consegnato la macchina fotografica senza alcun attestato d’uscita” ironico e spazientito.

Fu allora che lo scimmione guardiano telefonò alla scimmia commessa che gli diede il benestare per farmi passare.

Ed io potei fuggire in quel labirinto di mostri, luci, bambini starnazzanti, pizze, scarpe e caffè con la mia macchina fotografica, che non era più la stessa.

Mentre a stento mi guadagnavo, per l’ultima volta, l’uscita dal quel nefasto tempio dedicato all’elettronica, nella mia mente prendeva forma una sana  vendetta: consigliare ad amici e parenti di evitare quel ben poco accogliente pianeta!!

E chissà quanti, come me, lo faranno……almeno, lo spero!

Love

Negative

Il pensiero positivo è di pochi. Tutto va male, tutto è tragico ed infelice.

 

 Ricordo ancora, quando frequentavo l’università , se chiedevo a qualche mio collega  studente alcune  informazioni su un esame che avrei dovuto sostenere, le risposte ed i suggerimenti ricevuti erano in stile talebano:

          

           “difficilissimo”

           “i professori sono degli aguzzini”

           “ti sei preparato perfettamente? ” con tono indagatore e scanzonato.

           ”conoscendoti non so se ce la farai”……

col risultato che:  o non mi presentavo o rimandavo l’esame di qualche mese.

Altri esempi di linguaggio comune:

  • domanda: “c’è traffico?” risposta : “tremendo”
  • domanda: “cliente difficile?” risposta “difficilissimo”
  • affermazione: “ho un idea fantastica!!” commento: “credi? a me non sembra.”

Sembra , invece, che il mondo non ti voglia aiutare, fare stare meglio, consolarti e volerti bene.

I media non sono da meno:

  • I quotidiani che mettono in risalto solo le informazioni negative (ecco perchè leggiamo con curiosità i necrologi, in fondo, sono le uniche informazioni positive che indirettamente ci dicono che qualcuno sta peggio di noi).
  • La televisione che vive di rendita su due principi: l’esclusione di candidati da parte di una giuria tremenda, che ci fa godere di sana cattiveria e l’accettazione o riavvicinamento di persone che ci fa piangere lacrime romantiche.

Gli incidenti stimolano la nostra perversa curiosità e credo sia capitato a tutti di subire rallentamenti in autostrada per via di coloro che, incuriositi dalla catastrofe accaduta, rallentano la marcia per osservare l’incidente (fregandosene altamente di coloro che vorrebbero proseguire senza guardare).

Le aziende non vanno mai “bene” o “male“, ma “benissimo” o “malissimo” e se vanno malissimo il management, per scaricare le proprie colpe, attiva la “caccia al colpevole” tra coloro che comanda. Difficilmente si sente un capo che dice: “perchè è successo, dove abbiamo sbagliato?” ma inesorabilmente la domanda più gettonata è: “chi è stato?”.

Le radici del Terror Management stanno proprio nel piacere perverso della distruzione e non della motivazione.

Questo accade perchè ai capi piace avere intorno a loro una corte dei miracoli afflitta e disperata piuttosto che una squadra compatta e motivata …. “dividi et impera” diceva il Machiavelli e sembra avesse ragione.

Il potere è una droga e sembra che molti lo interpretino come un legittimo status che consente loro di ledere la dignità altrui facendo psicologicamente del male e non del bene.

Tanto potere e tanti soldi vanno saputi gestire sapientemente perchè ricadono nella condizione di coloro che dovrebbero fondare il proprio comportamento sul rispetto per chi non ne ha non nel disprezzo per chi non ne ha.

Qualche anno fa fui invitato a partecipare ad una crociera nel mediterraneo da una mia ex compagna di scuola che aveva ereditato una fortuna inestimabile dalla sua famiglia di imprenditori. Con qualche spicciolo si era comprata uno yact di 65 metri, una vecchia carretta che era appartenuta alla flotta britannica, messa in vendita e restaurata con uno stile da Hemirates.

Eravamo 15 ospiti e 20 persone di equipaggio: partendo dal capitano si arrivava alla massaggiatrice shatzu e al parrucchiere personale.

Ricordo ancora tre episodi da “mal di denaro e potere” talmente volgari da farmi fuggire a metà crociera non appena sbarcammo a Siracusa (per l’aereoporto di Catania presi il taxi, al fine di non sembrare uno sfigato, che mi costò un botto):

  1. La scenata plateale da parte dell’armatrice  al cuoco che aveva sbagliato a cucinare , secondo lei ma che a me sembravano squisiti (ho un palato pop) degli involtini.  Il cuoco si mise a piangere davanti a tutti.
  2. Il capitano che alle 2 del mattino si immergeva nelle acque torbide di uno dei tanti porti visitati per recuperare una scarpa di Prada che l’armatrice aveva perso salendo sul panfilo. (la folla paesana accalcata sulla banchina aveva proposto una colletta per comprare un paio di nuove scarpe alla povera armatrice scalza e sbraitante).
  3. La richiesta dell’armatrice al capitano di evitare l’onda lunga che faceva becheggiare sia la barca sia il suo stomaco. Alla domanda provocatoria del capitano all’armatrice: “scusi signora, perchè invece di una barca non si è comprata un aereoplano?” ne seguì il licenziamento in tronco dello stesso al quale fu attribuita una malsana competenza professionale (il poverello non era capace a stirare il mare).

Spesso i ricchi e potenti mescolano il pensiero negativo ai loro atteggiamenti e comportamenti verso il prossimo maltrattando soprattutto coloro che sono privi sia di  potere sia di soldi.

Il dramma è che, il più delle volte, chi non ha nè potere nè soldi utilizza, a sua volta, il pensiero negativo e la stronzaggine nei confronti del prossimo per imitarli.

 

Il pensiero negativo si trova ovunque e soprattutto è gratis.

…e la catena non si spezza mai.

Love

 

dimmi la verità

Se non ci fossero le bugie si vivrebbe molto peggio.

Le bugie sono di 2 categorie:

  • quelle che raccontiamo a noi stessi (che ci fanno stare meglio)
  • quelle che raccontiamo agli altri (che ci fanno stare meglio)

Generalmente vogliamo apparire quello che non siamo e spesso ci riusciamo.

Inganniamo il mondo ma mai noi stessi. (che cosa ci accade tutte le mattine quando vediamo riflessa la nostra immagine nello specchio del bagno che ci dice esattamante chi siamo e come siamo?)

In altre parole anche se sappiamo di essere degli sfigati di prima categoria, bugiardi e poco etici, riusciamo, con le dovute impalcature, a far credere agli altri che siamo delle superstar, dei super manager o dei super imprenditori.

Ed il bello è che il mondo ci crede e a volte ci stima!!

Ve ne voglio dare un esempio:

Pochi giorni fa mi trovavo a passeggiare, in compagnia di alcuni amici, per le strade di Brera e, arrivati in piazza San Marco, proprio di fronte alla chiesa, ci siamo imbattutti in una fiera floreale benefica molto rinomata  a Milano.

Tale notorietà è dovuta al fatto che questo chicchissimo appuntamento bimestrale lombardo è gestito da una moltitudine di signore della Milano bene che, travestite da bottegaie ma perfettamente pettinate, truccate ed ingioiellate (mai in nessuna occasione rinuncerebbero a non mettere in mostra il solitario e lo stemma di famiglia) vendono, nell’ottica della carità cristiana: 

  • piante
  • fiori
  • cestini fatti in casa
  • torte
  • abiti vintage ( ovvero i loro guardaroba smessi)
  • cappelli della nonna
  • fondi di solaio o cantina.

Lo scopo è fare benifcenza e ……….raccontarsi un sacco di balle.

Il messaggio indiretto che le benestanti signore propinano dai loro banconi al mondo esterno è il seguente:

“Guardate come siamo brave, ci dedichiamo agli altri lasciando le nostre famiglie (mariti imprenditori o amministratori delegati, figli che frequentano scuole private, cameriere agghindate da “mamy di via col vento”). Siamo buone, uniche e soprattutto dedicate a lenire una piaga sociale: la povertà”

Una povertà che, in privato, non hanno mai sperimentato da generazioni.

La piazza era gremita di persone che compravano fiori e piantine a prezzi spropositati.

Tra la gente “finta bene” che comperava e la gente “finta bene” che vendeva si aggirava una vera povera: vestitone  sudicio stile “vecchia fattoria”, foulard nero di panno calcato sulla fronte, mani nere come il foulard ed unghie orlate di nero per una questione di sporcizia e non di “anoince”.

Lasciando il gruppo mi misi a pedinare la poverella il cui unico obiettivo era quello di ottenere della beneficenza “in presenza” e non “a distanza”: con la mano protesa in segno di elemosina chiedeva sia alle bottegaie chic sia agli acquirenti delle bottegaie chic qualche monetina.

Ad ogni richiesta di elemosina veniva respinta da sguardi disgustati e da gesti di rifiuto totale. Ma si sa, la fame e la povertà non conoscono la dignità e la povera pezzente non demordeva nonostante i costanti dinieghi del nobile popolo.

Nei pressi di una bancarella situata nel chiostro della chiesa la osservai mentre si avvicinava mesta ad una delle prezzolate signore che vendeva bigiotteria anni “70″ ed alla sua richiesta di qualche spicciolo, sentii la signora risponderle così:

“Cara, è già la seconda volta che vieni da me. Di soldi non ne ho, ma se vuoi ti posso offrire una caramella” porgendole un vassoietto d’argento pieno di mentine. 

Con quel gesto la ”cara signora bene“ si metteva a posto la coscienza dimostrando di non avere capito per niente che cosa significasse avere compassione per una persona che realmente aveva bisogno di aiuto. 

In quel momento fu lampante per me la falsità di tutta quella manifestazione.

Spesso il management si comporta esattamente nello stesso modo nei confronti delle persone che dovrebbero lavorare con e per l’azienda.

Utilizzano i buoni propositi intrisi di beneficenza divulgandoli come segni di pace e spirito di squadra, ma poi, alla prima difficoltà, si comportano esattamente nel modo opposto.

Appena l’azienda non produce risultati cercano colpe e capri espiatori e se i costi superano le entrate, la prima azione che compiono è quella di lasciare a casa le persone, senza neanche pensare che queste ultime dovranno sopravvivere nell’aspra giungla della vita quotidiana (mai si abbasserebbero il loro stipendio).

La mancanza di coerenza comportamentale da parte del management è il vero dramma che accompagna le nostre aziende, perchè eleva e rinforza il senso di sfiducia e credibilità di chi comanda nell’ottica di un bene comune.

Spesso dietro un sorriso di un capo si nasconde un futuro di …….(incerto).

LOVE

 

 

 

 

I dolori del giovane Werther

La dignità generalmente si perde in due casi, specifici e distinti:

  • in amore
  • col cliente

In amore

L’insicurezza amorosa porta spesso a farci commettere clamorosi sbagli comportamentali determinati dalla nostra incapacità di stare da soli che, a sua volta, genera una sorta di dipendenza emotiva negativa nei confronti della persona amata.

E’ abbastanza usuale, di fronte ad una risposta ermetica da sms del tipo: “ora non posso, fatti sentire più tardi” che il nostro cuore vaghi per i meandri più subdoli ed oscuri della nostra mente facendoci agire, di conseguenza, nel modo più sbagliato possibile.

Infatti, se colui o colei a cui teniamo ci dovesse ingenuamente inviare  una risposta del genere ad una nostra chiamata non accettata per sua necessità o ad un s.o.s. di richiesta di attenzione tramite messaggio, il pensiero più frequente che ci passa per la  testa è questo: “Ecco, ce l’ha con me e non mi vuole parlare… e perchè?”… cosa ho fatto di male???”…. io non mi merito di essere trattato/a così”.

La precarietà del messaggio ricevuto ci lascia in balia di pensieri atroci, che ci rovinano la giornata rendendoci depressi ed irritabili con tutti.

Il livore sale e piano piano sale anche il desiderio incondizionato di richiamare la persona amata per avere una risposta sincera e costruttiva sui nefasti presagi che questo “neutrale messaggio” ci può avere creato.

La mente costruisce una sorta di cordone ombelicale tra il nostro cuore “maltrattato” ed il cellulare: la nostra concentrazione professionale viene arrestata ad ogni squillo o sms che riceviamo, i quali, ovviamente,  non arrivano mai da chi ci interessa.

In questi casi le nostre risposte diventano ermetiche ed inespressive con tutti, perchè siamo convinti che, secondo la tradizione dell’amato/a sfigato/a,  lui/lei chiamerà o messaggerà mentre siamo al telefono.

Quando poi il telefono squilla, mostrando in anteprima il nome della nostra dolce metà che ci sta cercando, guardiamo con odio quel nome e:

  • o non rispondiamo (così impara…)
  • o rispondiamo in malo modo (così impara…)
  • o rispondiamo facendo finta di niente (intanto gliela faccio pagare in un’altra occasione..)

Uno dei motivi per cui  le “storie d’amore” finiscono si chiama: IDIOZIA AMOROSA.

L’idiozia amorosa non è altro che un concentrato di tutte le nostre debolezze ed insicurezze mai risolte e sfocia in quella che molti erroneamente chiamano “mal d’amore“, caratteristica ineluttabile del romanticismo più becero.

Nel romanzo “romantico” epistolare “I dolori del giovane Werther” di Goethe, il protagonista si uccide perchè una riluttante fanciulla, nonostante le parole d’amore scritte da lui, non gliela dà. (al giovane Werther mancava il pensiero positivo che dietro il problema gli avrebbe fatto scaturire la seguente opportunità: “la cretina non me la dà, pazienza, ce ne sono molte altre disponibili! Peggio per lei”)

Sembra, che, a tutt’oggi, il pensiro positivo manchi quasi a tutti e che tutti siamo, sotto-sotto un pò Werther che di fronte ad un momentaneo rifiuto di qualche sciocca/o che non ci vuole, preferiamo agire stupidamente nei suoi confronti piuttosto che rimboccarci le maniche e darci da fare con tutto il resto del mondo.

Col cliente

La differenza sostanziale tra l’amata/o ed il cliente è che i primi non ci pagano lo stipendio (salvo rari casi di mogli con padre imprenditore e marito dipendente nell’azienda del suocero o viceversa. In questo caso i partner stipendiati sorridono sempre anche se vengono trattati come “pezze da piedi”).

Il raggiungimento di un budget, le previsioni impostate su repeated-business con clienti usuali, i sogni di fatturato che ci permetterebbero di fare serenamente fronte alle imposte da pagare ci rendono molto più fragili del giovane Werther se il cliente non ci richiama o non ci riceve o non risponde alle nostre “accorate” mail.

In questo caso il pensiero positivo “trova il tempo che trova“, perchè da un lato c’è il capo che ci cazzia, dall’altro il nostro portafoglio vuoto che piange come un neonato affamato che deve essere “nutrito” subito.

Nei confronti del cliente il valore del portafoglio supera di gran lunga il valore romantico del cuore, e,  non c’è niente come il portafoglio vuoto ed il cliente scomparso che ci fa agire secondo tutti i canoni più adeguati per distruggere la nostra già precaria autostima.

Ecco perchè il cliente lo si ama sempre, qualsiasi sia la sua composizione fisica, psichica e mentale.

Lo si ama anche quando si pensa di essere di gran lunga più belli, intelligenti e sexy di lui. Con lui si sorride anche se avresti voglia di ucciderlo e, se ti fa aspettare delle ore nella sala d’aspetto siamo pronti a giustificarlo invece di mandarlo “affanculo”.

Il problema è quando i rapporti con lui sono idilliaci, il lavoro eseguito definito “eccellente”, il tempo dedicato a lui superiore alle sue aspettative e lui, inesorabilmente sparisce,  facendoti sentire abbandonato a te stesso in un oceano, calmo e minaccioso, pieno di oscuri presagi:

Dal pensiero positivo:

“Forse si è ammalato”….. “Forse è un periodo in cui è preso da mille impegni” …… “Forse deve ancora incontrare il comitato direttivo per prendere decisioni in merito al mio progetto…”

si precipita velocemente nel pensiero negativo:

“Forse ce l’ha con me….e perchè?…… “Dove ho sbagliato?” ….. “Hanno segato il mio progetto e ha paura di dirmelo” …. “Non sarà morto??”…  e così via….

La paura di un tale esito è così forte che riusciamo a costruirci una personale aura nera ricolma di sventura che ci paralizza totalmente.

I pensieri negativi si susseguono e si trasformano in sfiga costante acclamata ad effetto domino, dove se un cliente non si fa sentire, non si faranno sentire anche tutti gli altri.

Perfortuna non esiste uno “STURM UN DRANG” manageriale sennò saremo già tutti morti.

E se fossero le nostre persone veramente amate  e a volte da noi erroneamente disprezzate che ci mantengono in vita?

Love.

 

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