
Trovare fonti d’apprendimento ed ispirazione non è facile.
Esistono i libri ai quali ispirarsi.
Purtroppo, però, molti libri di management sono il condensato della noia ed io li consiglierei solo a chi soffre d’insonnia: dopo poche pagine “la palpebra cala” e si cade in un sonno profondo.
Questi testi spesso e volentieri sono un’autocelebrazione di coloro che li scrivono e, mancando di sentimento, non sono convincenti: li trovo teorici e poco terreni.
Non parliamo poi di quelli che offrono la soluzione fatta “a regole d’oro” tipo: “Il manuale delle giovani marmotte”. Generalmente gli Autogrill ne sono pieni, e tra una coca-cola ed un panino, si fanno osservare elargendo, già dai titoli, consigli per:
- parlare in pubblico
- uscire dalla crisi economica
- gestire il tempo
- vendere di più e meglio
- delegare
- essere leader
e così via…
Consigli di vita che vengono venduti in luoghi di passaggio e al “trancio”.
Se poi osserviamo le persone con cui ci confrontiamo nell’ambiente di lavoro per avere degli esempi concreti a cui ispirarci possiamo anche cadere in una profonda depressione.
Per molti di loro il successo è legato alla personale capacità di saper “segare”, tagliare”, “accorciare”, “abbassare”, e “tormentare” senza mai crescere e far crescere.
Personalmente evito di ispirarmi a persone dell’ambiente professionale per non avere delusioni future e cerco altrove le mie fonti di crescita ed ispirazione.
La natura mi ha creato “ingenuo” e “credente” e per questo mi sono trovato troppo spesso di fronte a degli ideali che poi sono stati millantati nel tempo da comportamenti che andavano esattamente nella direzione opposta, facendomi sentire deluso e solo a caccia di un me stesso migliore.
Tolti molti libri manageriali e molte persone, rimangono alcuni saggi, qualche romanzo, l’arte, nelle sue molteplici forme e tutti i bambini.
I bambini sono i veri saggi della nuova era così come lo è la natura che ha capito come farsi rispettare ed i cani che ci amano incondizionatamente per come siamo e per quello che facciamo.
L’egocentrismo che è alla base del malessere sociale e alla radice della parola “crisi” non ci consente di ascoltare chi porta “candidamente” e dentro sè la vera essenza della saggezza.
Ve ne voglio dare un esempio.
Anni fa mi trovavo in vacanza alle Baleari con mia moglie e mio figlio di 2 anni, io ne avevo 29.
Avevamo affittato una casa in riva al mare: Avevo una moglie bellissima, un bambino da copertina ed un lavoro che mi permetteva di sentirmi accolto nel mondo di coloro che, professionalmente, erano proiettati verso il successo.
Sfoggiavo, casa, moglie e figlio a testimonianza di un’apparenza che credevo essere l’emblema del “vincente”.
Una splendida mattina calda e soleggiata mi trovavo a camminare sulla spiaggia con mio figlio (dovevo stare un pò piegato per tenergli la manina).
Sul mare, oltre a villeggianti a mollo e barche a vela, saettavano moto di mare, le prime che io abbia mai visto. Preso da una voglia incontrollabile di provarne una e non avendo voglia di riportare il bambino alla base, mi diressi con lui al baracchino del noleggio.
“Desidero affitarne una“, “per entrambi?” rispose l’addetto, tutto muscoli e bandana. “Si, certo, sono sicuro che a mio figlio piacerà moltissimo!”
Poi mi rivolsi verso Tommaso che in silenzio si stava facendo mettere un mini giubbotto salvagente, “allora sei contento?” Ora andiamo assieme ad esplorare il mare con questo disco volante acquatico!!!” (mi comparve all’improvviso il volto di mia moglie che esprimeva assoluto dissesnso, ma la eliminai in un batterd’occhio) “si” rispose il cucciolo poco convinto.
Portata la moto d’acqa in mare, l’istruttore l’accese ed il motore comiciò a scopiettare.
Posizionai mio figlio davanti a me: “Tieni le mani sul manubrio, mi raccomando“ sentivo la sua microtestina appoggiata al mio petto “giubbottato” ma non vedevo il suo sguardo.
Partimmo.
La moto era potente ed ad ogni minima onda volava per aria atterrando sull’acqua fragorosamente. L’ adrenalina saliva ed io mi sentivo un Dio: le mie risate ed urla di gioia si mescolavano al rumore del motore ed al fragore del mare dilaniato dal suo scafo. Tom, impassibile, stringeva le manine al manubrio. Io, sempre più gasato, passavo velocissimo tra le barche virando ripetutamente a gomito provocando grandi e volgari spruzzi salmastri.
(un flash: dopo circa 15 anni, mi trovai per lavoro in crociera, ai Caraibi, con Tommaso. Ero stato ingaggiato da ENI per una conferenza sulla qualità del servizio. Avevo chiesto e ottenuto di farmi accompagnare dal mio bambino ormai alto un metro e ottanta. Una mattina approdati a St Thomas, spiaggia caraibica e bianchissima, lasciai che mio figlio affittasse una moto d’acqua da solo. Mentre lo osservavo fare il pazzo tra le barche notai una pinna nera a pochi metri da lui…cominciai ad urlare, solo come un italiano di origine napoletana sa fare, sbracciandomi e dicendogli di tornare a riva. Lui non sentiva e fortunatamente non vedeva.. nelle mie orecchie la colonna sonora del film lo Squalo… vuuuuuumvuuuuumvuuuuuumvuuuuuum..vum. vumvumvumvum! Vedo ancora la sua sagoma sulla moto troppo lontana da me e sento le mie urla che eccheggiano ancora vane nell’aria. Ho avuto paura di perderlo e mi sono sentito morire. )
I lunghissimi 20 minuti di noleggio erano ormai finiti, decisi, allora, di tornare alla base.
La prua della moto, che ormai era stata spenta, lambiva, insieme alle calmissime onde, la spiaggia spagnola. Scesi dal cavallo d’acqua meccanico e feci per afferrare mio figlio dalle ascelle per portarlo in braccio a me. Purtroppo non ci riuscii: le manine, ormai blu per mancanza di circolazione sanguigna bloccata dalla forza ed il terrore che aveva provato, si erano tenacemente saldate al manubrio senza più venir via.
Dovetti staccare lentamente le sue ditina una ad una dalla stretta micidiale con cui si erano fuse insieme alla gomma delle manopole.
Col cuore in gola e pieno di senso di colpa riuscii a smontarlo dalla moto e portarlo direttamente al mio petto.
Teneva la testa china per non guardarmi. Per ottenere la sua attenzione, sorridendo e falsamente euforico gli domandai : “Alloraaa amooooreee, ti sei divertito?”
Fu allora che alzò gli occhi e li diresse nei miei rispondendomi: “POCHISSIMO “.
Non voleva deludermi e, aiutato dal pensiero positivo che caratterizza ogni creatura icontaminata, mi aveva dato una lezione, con una sola e perfetta parola, senza offendermi ma facendomi sentire un inetto.
Quel “Pochissimo” mi accompagna ancora oggi.
Meglio di qualsiasi librio al trancio o lezioni pompose… non credete?
Love




Il pensiero positivo è di pochi. Tutto va male, tutto è tragico ed infelice.

