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Cadaveri eccellenti

Per le aziende il DPE (direttore del personale) deve:

  • Pensare alla crescita professionale delle persone
  • Attivare programmi di formazione allineati con la strategia aziendale
  • Sostenere l’armonia tra i reparti
  • Favorire un linguaggio comune
  • Ascoltare e risolvere i reclami dei propri Clienti interni
  • Fare da mediatore tra le esigenze dell’azienda e quelle dei sindacati
  • Promuovere aumenti o ridimensionamenti di stipendio
  • Controllare i costi e benefits aziendali
  • Inserire nuove risorse (là dove ci sia una “concreta” necessità)
  • Ascoltare (e farsi amare ……)
  • Licenziare (e farsi odiare ….)

Ci sono direttori del personnale che, per quest’ultima attività, provano un piacere perverso paragonabile ad un “godimento fisico” speciale.

E’ una forma di lussuria “psicofisica” che li fa sentire più appagati di una tranquilla e forse più banale prestazione sessuale con la propria compagna (o compagno nel caso in cui il DPE sia una donna).

Loro eseguono le direttive dei superiori, si infilano il cappuccio nero, tirano fuori l’ascia e da bravi boia aziendali, tagliano le teste dei condannati a morte.

Più il condannato a morte è ai vertici della piramide aziendale più provano piacere…….

Ricordo con “brivido e fastidio” un direttore del personale che anni fa mi telefonò eccitato dicendomi: “oggi è una grande giornata, oggi “lo faccio fuori! Finalmente caccio quel maledetto scansafatiche del marketing!!” nella sua voce notai un tono da maniaco sadico.

Scansafatiche o meno, era sempre una persona che veniva buttata a mare tra le onde, scure e agitate, di un futuro con poche speranze.

Ancora oggi mi chiedo perchè avesse voluto condividere con me quel suo stato di perversa eccitazione che mi mise addosso una profonda sensazione di disagio mista a commiserazione: senza che glielo avessi chiesto, mi aveva reso partecipe e complice di una condanna a morte e mi aveva fatto sentire sporco.

Il ricordo è ormai lontano ma quella sensazione di digusto è ancora viva in me.

I condannati a “morte” se hanno trovato un altro lavoro sono felici di passare ad un’altra vita, se invece non lo hanno trovato sono disperati.

I direttori del personale sono vaccinati alla disperazione altrui e una volta “seppellito il morto” devono decidere cosa fare:

  • del loro “vuoto”
  • del loro PC
  • della loro scrivania
  • della loro auto aziendale

Nella mia vita professionale ho provato anche io l’esperienza dell’essere “fatto fuori”, sempre da interposta persona, mai dal vero mandante (le aziende sono piene di capi Ponzio Pilato che si lavano le mani e usano altri per “fare fuori” qualcuno) ma tra i ricordi più tristi annovero la telefonata “imbarazzata” della responsabile dell’ufficio IT, di un’azienda di consulenza per cui ho lavorato, che mi chiedeva indietro il PC : “sai perchè dobbiamo girarlo alla nuova collega che è arrivata da poco. Ce lo puoi lasciare nella portineria dell’ufficio.”

Neanche in uffio, nella portineria…. la presenza di uno zombie in ufficio (in quell’ufficio dove avevo vissuto gli ultimi anni della mia vita) dava fastidio e portava imbarazzo.

Che tristezza!

Pochi giorni fa camminavo nel cortile di un’azienda, nostra cliente, in compagnia del giovane direttore del personale. Una persona per bene, molto timida ma seria e competente.

“Teppa ……. devo farti una confessione,….. abbiamo licenziato il Direttore Commerciale, non piaceva al grande capo”, “Glielo avete già comunicato?” “si”, ” e come l’ha presa”, “bene, cioè, c’è rimasto male, ma se lo aspettava, ultimamente aveva troppo da ridire con sua santità” , “in che senso”, “avevano punti di vista troppo divergenti”, “avere punti di vista divergenti mi sembra un fatto positivo, non negativo”, “per te, non per Lui”, “ahhhh, capisco……..”

“Vieni, ti faccio vedere una cosa”, e mi portò al cospetto di un enorme SUV BMW nera.

“E’ la sua …..” “di chi?” “del licenziato e diventerà mia …. bella no?” , “Mi sembra un carro funebre …. in tutti i sensi, e la bara o l’urna con le sue ceneri dove la metti?” ……

“Dai, non essere cinico?”, “io cinico????!!!” , “Capisco che questa sia la legge aziendale ma c’è un lutto da elaborare, non trovi?”, “No …. anche a me non era simpatico, e se la tirava troppo!”

Mi sono immaginato, la seguente scena di un film “noir”:

  • Il dirigente se ne va a piedi verso il cimitero
  • Tutti, in silenzio, dalle finestre lo guardano
  • E … mentre lui svanisce nel nulla, il DPE sulla BMW che gira il volante, prova i pedali con la gioia di un bambino che ha ricevuto il suo “cupo” regalo di Natale!

Ma voglio pensare ad un finale alternativo e più romantico:

Questo DPE ha un cuore.

Licenziare fa parte del suo difficile ruolo, come un medico che deve dire ad un suo paziente la parola: FINE.

Licenziare lo fa soffrire.

Per questo nasconde il suo dolore dentro un guscio di ferro a forma di BMW nera facendo finta di essere felice.

Love

piovono lauree

Ho un amico che lavora per una grossa azienda di servizi il cui business è quello di aiutare gli studenti a conseguire la laurea.

Se hai un figlio un pò svogliato e anche fannullone lo mandi lì, dove uno stuolo di professori di seconda scelta si mette al suo servizio in cambio di fumanti bigliettoni.

Genitori e figli desiderano una laurea, gli iscritti sono molti ed il business va a gonfie vele.

Il mio amico è laureato, anzi, ha due lauree e l’ x-factor ed il suo ruolo è quello sia di coordinare i “professori” sia di vendere lezioni.

Oltre ad essere molto preparato, è talmente abile a vendere che il management dell’azienda gli è terribilmente riconoscente.

Infatti gli ha regalato:

  • un iphone vecchia generazione
  • un pacchetto regalo grazie al quale può scegliersi un we pagando solo una notte d’albergo invece che due.

Gli è talmente riconoscente che lo paga poco più di 1.000 Euro al mese, provvigioni comprese.

E’ abbastanza logico pensare che se un’azienda scopre di avere un talento tra le mani non dovrebbe farselo scappare e la tecnica del regalino o del complimento melenso non lo aiutano certo a pagarsi un affitto milanese.

Come si fa a vivere soltanto di gloria?

E soprattutto come si fa a resistere in un’azienda dove i capi viaggiano con le chiappe al caldo e chi vende e tiene in piedi l’azienda muore di fame?

E’ molto probabile che i manager in questione non abbiano nessuna laurea, ma in compenso detengano il “bollino blu” della disonestà più bieca.

Il talento in questione, infatti, pur facendo leva sui suoi sani principi di lavoratore accanito, quando lo senti parlare, al di fuori dell’azienda ,esprime un odio quasi palpabile nei confronti di chi, pur dandogli un lavoro, se ne approffitta, consapevole del fatto che “in giro” c’è penuria di lavoro e riciclarsi diventa ogni giorno impresa sempre più difficile.

Oggi la parola “sfruttamento” è molto in voga e surclassa di gran lunga la parola “riconoscimento”.

Il disprezzo per i giovani onesti e volonterosi è palpabile così come la delusione di questi ultimi che, dopo sacrifici e lauree si trovano ad avere a che fare con un mondo fatto di millantatori che, come in questo caso, vendono “cultura” e finte speranze. (questo è il vero paradosso)

Il mondo va al contrario, gli ignoranti vecchi e avidi, guidano arrogantemente il mondo togliendo ogni entusiasmo, speranza e sani principi a quei giovani che sono per bene e hanno investito su sè stessi per crearsi un futuro migliore.

I capi arraffano ed i giovani soffrono : che amarezza!!

Oggi il mio amico mi ha telefonato dicendomi che si sente un fallito, perchè non solo lo pagano poco, ma perchè lo stipendio non arriva (mentre affitto e bollette arrivano puntuali).

Amico mio, ti rispondo col cuore in mano, dicendoti che il fallito non sei tu, ma coloro che furbescamente hanno inventato un sistema che imbroglia e tradisce.

Amico mio, i tuoi sani principi, i tuoi valori, la tua dedidizione ed il rispetto che mostri comunque e sempre rappresentano quanto di buono, esiste ancora nel nostro maltrattato paese.

Sii fiero di come sei, di come i tuoi genitori ti hanno cresciuto, lotta e continua così perchè sono le persone come te che, in silenzio, sono nate per creare un mondo migliore.

Io credo in te….le cose cambieranno.

Love

La lampada di Aladino

Anni fa camminando per Porta Ticinese mi soffermai davanti ad una vetrina di un negozio di antiquariato dove, in bella mostra, veniva offerta al pubblico una lampada liberty meravigliosa: stelo panciuto e cappello di vetro colorato il cui tema erano fiori, foglie e farfalle.  Accesa era un incanto.

Preso dal folle desiderio di possedere “il bello” ed incurante del prezzo, entrai nel negozio e l’acquistai: fu un colpo di fulmine.

Spesso il desiderio di possesso assume tragici risvolti come il pentimento dopo l’acquisto accompagnato da lacrime di coccodrillo, ma quella volta non accadde.

La lampada era mia, pronta per trovarsi, a gomitate, uno spazio nella mia già ridondante dimora.

Fragilissima e bellissima resistette per 10 lunghi anni a:

  • le codate volanti dei miei labrador
  • le maldestre azioni delle colf
  • mio figlio ed i suoi amici
  • un trasloco epocale

Chiunque la vedeva rimaneva incantato ed io e lei eravamo molto fieri del nostro incontro e della nostra lunga unione.

Nella nuova casa, molto più grande della prima , assunse un rinnovato splendore: posizionata nella mia camera da letto su di un grande tavolino bianco, illuminava di luci colorate e soffuse l’ambiente rendendolo caldo e rilassante.

Poi accadde che, un giorno rifacendomi il letto, le diedi una gomitata e in una frazione di secondo, si ruppe in mille pezzi.

Col cuore, anche lui in mille pezzi, raccolsi gli innumerevoli frammenti di fiori colorati e li buttai in un sacchetto per  rifiuti : la mia lampada era morta per sempre, pronta per essere sepellita.

Pazienza“, pensai ogni oggetto ha il suo corso ed il suo era finito. Il destino, o il mio gomito, l’avevano tolta dalla faccia della terra per sempre.

Fu allora che cominciai a riflettere sull’accaduto: tutto è lezione, tutto è insegnamento.

Quale è la radice delle nostre sofferenze?

L’attaccamento, sia alle cose sia alle persone.

L’attacamento è dipendenza e la dipendenza minaccia quotidianamente la nostra spontaneità, il nostro essere noi stessi.

Se siamo attaccati in modo morboso ad un oggetto lo saremo anche nei confronti delle persone diventandone succubi per gelosia e frustrazione.

L’attacamento è l’esatto contrario dell’amore la cui filosofia è : “se è felice lasciala/o andare per la sua strada anche se tu non ci sei” .

                                                     Amore = Generosità

L’attaccamento oscura la nostra visibilità e ci tappa occhi ed orecchie verso il mondo che ci circonda senza darci la possibilità di crescere e migliorarci.

Credo che un sano distacco verso gli oggetti e le persone sia il presupposto per un vivere più sano e l’anticamera della speranza e dell’emozione positiva.

Una persona distaccata è una persona il cui senso dell’amore e dell’altruismo hanno assunto un valore etico rivolto verso l’esterno dove il “dare” non è vincolato al “ricevere”.

L’amore non è una merce di scambio.

Chi ha “carisma” è colui che nel tempo ha acquisito il dono di “voler dare” senza pretendere niente in cambio.

Le persone “attaccate” hanno bisogno di essere motivate, quelle “distaccate” sanno motivarsi da sole.

La mia lampada non è più qui ma il ricordo del suo splendore e di quello che mi ha insegnato è dentro di me e mi accompagnerà per sempre.

Mi sembra di rivedere mio figlio quando un giorno, di tanto tempo fa, uscendo dall’asilo dopo che un piccolo e truffaldino compagno gli aveva rubato un’automobilina si rivolse a me e alla sua maestra dicendo: “pazienza, la macchinina è ora nella mia testa e qui nessuno me la può rubare”

Aveva tre anni ed era già un saggio.

Paradiso + Inferno



 Il mondo aziendale si divide in 2:

VIP che vivono in Paradiso e gli SFIGATI che vivono all’Inferno.

 

In realtà gli organigrammi non esistono, ma esistono solo queste due realtà di fatto :

                                                  Paradiso e Inferno

Chi vive in Paradiso detesta l’Inferno, mentre chi vive all’Inferno venderebbe la propria madre per andare tra i VIP in Paradiso.

I Vip che vivono in Paradiso sono:

  • I capi che stanno simpatici ai loro capi
  • I proprietari dell’azienda o gli azionisti forti
  • I parenti dei capi che, pur essendo stupidi, vivono in paradiso per ragioni di parentela
  • Le mogli dei capi che generalmente stanno alla contabilità
  • Le segretarie dei capi che li amano in segreto e che per loro si sono prostituite (“vammi a prendere un caffè!!” e loro corrono..)
  • I figli dei capi che, sempre per ragioni di parentela, anche se sono cerebrolesi , a loro il Paradiso spetta di diritto.
  • I “lecca culo” che a furia di leccare e perdere ogni giorno la loro dignità si sono meritati una viscida poltrona tra le nuvole (sono perfidi)
  • Coloro che vendono tantissimo che, anche se stanno sulle balle ai capi, arrogantemente svolazzano nel cielo cristallino del Paradiso per una questione di soldi.

Gli SFIGATIche vivono all’Inferno sono:

  • Quasi tutti i dipendenti orfani di parentele importanti
  • Quasi tutti coloro che hanno un mutuo da pagare e una macchina usata di almeno 10 anni
  • Tutti coloro che la pensano diversamente dai capi
  • Tutti coloro che difendono le propria dignità ed hanno una lingua ben asciutta
  • Le “foche monache” che lavorano per inerzia e sono insensibili alle sofferenze (però servono per i lavori di manovalanza)

Mentre i Vip sono bene arroccati tra le celesti nuvole del Paradiso all’Inferno c’è sempre qualcuno che ha il naso rivolto verso l’alto ed il suo principale obiettivo è quello di appartenere, un giorno, a quella classe altezzosa che disprezza gli inferi. (lo pensa ma non lo dice mai..)

I VIP si riconoscono perchè:

  • Si vestono eleganti ed usano il cachemire
  • Hanno orologi vistosi
  • Hanno l’auto aziendale
  • Mangiano un panino davanti al pc durante l’ora di pranzo per far vedere che loro lavorano e gli altri no
  • Ridono spavaldi perchè sanno, comunque, che il loro futuro è roseo
  • Tendenzialmente grassottelli, in quanto, quando non mangiano il panino, passano ore al ristorante parlando di business (detestano la mensa e non ci vanno mai… a meno chè non esista una saletta VIP dotata di “infernale” cameriere che li separa dai tavoli degli Sfigati)

Gli SFIGATI si riconoscono perchè:

  • Si vestono al mercato (ogni sabato cacciano ridondanti marche d’abbigliamento  a buon prezzo tra i cestoni delle bancarelle)
  • Ridono acidamente per non piangere
  • Parlano male dei capi alle macchinette del caffè (magra consolazione)
  • Si nutrono puntualmente in mensa alle 12,45 (per non trovare coda alle 13.00) per ritornare ai loro posti di lavoro esattamente un’ora dopo. A tavola sono sempre assieme. (Quelli che soffrono mangiano tonnellate di patatine fritte e sono grassi/e quelli che sguazzano piacevolmente tra le fiamme o se ne fregano, stanno invece, a dieta per “piacere” in contesti non aziendali).
  • Hanno la scrivania dell’IKEA perchè all’inferno brucia prima e costa poco

Mentre i VIP litigano per questioni di business e fanno pace, quando gli SFIGATI litigano è perchè qualcuno ha portato via loro: la forbice, lo scotch, l’amata penna o la loro personale matita con mina. Quando gli SFIGATI litigano difficilmente fanno pace. Bussano alle porte del Paradiso e fanno la spia anelando un breve consenso ed una pacca sulla spalla dai loro capi. Sensazione breve ma piacevole che li fa sentire, per un attimo, accettati nel celeste e….. lontano dalle fiamme.

A volte succede che dopo innumerevoli e disperati tentativi, qualche SFIGATO riesca a trasformarsi da rosso diavolo in azzurrro angelo, acquisendo, in un istante, l’altezzosità degli abitanti del Paradiso. In un batter d’occhio tradiscono tutti i colleghi degli inferi, e non mangiano più in mensa. Oppure, se mangiano in mensa, mangiano da soli, in parte perchè hanno paura degli ex colleghi SFIGATI, in parte per dimostrare che loro, ora e comunque, sono diversi.

I tradimenti non esistono soltanto ai vertici.

Gli, SFIGATI, che diventano VIP sono i peggiori. Mutano, spariscono. Cancellano  dai loro cellulari i numeri di telefono dei loro compagni di sventura e li riempiono dei numeri dei loro colleghi VIP.

Il loro cellulare da rosso fuoco diventa finalmente azzurro cielo.

Love

aprite quelle porte

Quanto la nostra vita professionale incide sulla nostra vita privata? E viceversa?

Ognuno di noi porta un fardello che va ad incidere significativamente su come stare a questo mondo e  il più delle volte è il lamento che ci accompagna. Un lamento triste e costante che rende la realtà ancora più grigia del tempo.  Perchè siamo portati a criticare, a parlare male della nostra vita agli altri, ad influenzare negativamente tutte le persone che ci vengono a tiro?

Questa mattina mi sono alzato pieno di gratitudine e ho fatto una cosa che non facevo da tempo: ho detto grazie e ho pregato.

Grazie, perchè esisto, grazie perchè vivere è un dono meraviglioso. Ho aperto la porta del mio cuore e, se fuori nevicava, dentro di me si espandeva un cielo azzurro, un cielo fatto di amore e misericordia di un senso meraviglioso di appartenere a questo Mondo e di potere condividere con lui la sua bellezza.

Oggi, ho aperto la porta del mio cuore e un senso di gratitudine profonda mi ha pervaso: grazie a tutti di esistere!

Grazie a mio figlio, ai miei genitori, a mia sorella ai miei nipoti e pronipoti tutti quanti e grazie a te che hai deciso di stare al mio fianco sopportando i miei umori altalenanti.

Poi ho aperto la porta della cucina e sono andato incontro ai miei due labrador che ogni mattina mi fanno le feste come se non ci vedessimo da mesi: mi sono messo a correre per casa facendomi inseguire da loro, mi sono gettato sul tappeto della mia camera da letto facendomi leccare “stereo” da entrambi: la loro coda andava a mille come il mio cuore che mi diceva: sei vivo Gian sei vivo!!

Il loro sguardo, le loro code e le loro umide lingue ritmavano meravigliosamente il senso dell’amore che era in me.

Non bisogna inseguire la felicità, la felicità é violenta e brutale come il dolore. Non bisogna inseguire la passione perchè devasta, dobbiamo lottare per metterci nella condizione di essere sereni e godere delle piccole cose che poi sono le più grandi.

Infine, ho aperto la porta della musica ed ho fatto accompagnare questo stato d’animo da note intense, moderne ed elettroniche che prendevano corpo intorno a me riempiendo le stanze della mia casa di un calore avvolgente ed impalpabile:  la colonna sonora della mia vita ”fuori” e meravigliosa.

Oggi sono in compagnia dell’amore e mi sento forte, mi sento di dare, di abbracciare e di proteggere.

Dentro di me c’è quella luce che tiene a bada il male e le piccole cose fastidiose che insidiano la vita:

pensieri belli attirano fatti positivi, pensieri brutti quelli negativi.

 LOVE

 

 

 

zzzzZZZZ…

Riflettiamo bene perchè si parla così spesso della “reputazione” come strumento di riscatto su una sfiducia che dilaga quotidianamente sia sul fronte politico sia su quello manageriale.

 

Oggi il pensiero comune è:

                        ”io non credo più“.

Siamo nell’era del “fastidio”, punti costantemente da zanzare umane che hanno l’abilità di mettere a dura prova il nostro sistema nervoso.

Il nostro umore ne risente facendoci incattivire verso il prossimo e poichè non sappiamo come debellare questo fastidioso prurito, spariamo contro tutti e tutto dimenticandoci di cosa significa essere sereni.

Il fastidio è generato dalla non possibilità di poterci ribellare ai soprusi legalizzati e ad un sistema di business che ci obbliga al patimento e non alla tranquilla gestione della nostra vita.

Alcuni esempi di velenose, pruriginose e fastidiose punture:

  • telefonate commerciali di sconosciute signorine che, non curanti della nostra privacy, ci telefonano per venderci dai surgelati alle case, dai depuratori per l’acqua alle polizze assicurative, dai contratti telefonici “sempre più vantaggiosi” ai rifornimenti di olio d’oliva…
  • multe che arrivano a raffica e che è impossibile contestare anche se le hai già pagate
  • bollette con letture presunte che non rispeccchiano l’effettivo consumo. Telefoniamo per chiarimenti e non riusciamo a metterci in contatto con l’incaricato/a perchè le linee sono intasate (volutamente?)
  • minacciose raccomandate “prodotto del federalismo fiscale” che ci richiedono pagamenti di bolli arretrati “non pagati” quando invece sono stati onestamente pagati (a tale proposito ho ricevuto la richiesta perentoria del pagamento di un bollo relativo al 2007 di una moto che mi è stata rubata nel 2001)
  • elettrodomestici che si guastano dopo poco tempo che li hai comperati e relativi tecnici che arrivano “puntualmente” dopo una settimana per riparare il danno
  • code interminabili in posta e tonnellate di carta nelle nostre caselle condominiali
  • sbreghi sulle carrozzerie delle nostre lucenti auto procurate da cittadini molesti con le loro chiavi di casa (che siano direttamente i carrozzieri che inviano dei delegati per incrementare il loro business??)
  • promesse non mantenute sul posto di lavoro
  • buste paga  complicate, illeggibili e poco soddisfacenti (il messaggio percepito è:dove sta la fregatura?)

Un mondo che vive senza il rispetto verso l’onesto non può parlare di reputazione, di rivalsa economica e futuri rosei.

Il non rispetto dilaga diventando la “cultura dei furbi” e dei disonesti.

Ma è proprio questa cultura che sembra faccia sopravvivere e rendere la vita più facile.

Sembra che il ricatto, la violenza, l’inganno e la cattiveria costituiscano il vero mix “vincente” dell’arraffo sconsiderato che precede il  successo economico di molti individui.

               Essere onesti è obsoleto, essere arroganti è alla moda.

Alle finestre di casa mia, sono state inserite delle zanzariere di scarsa qualità che consentono di proteggermi da questi fastidiosi animaletti e la mia dispensa è piena di spray che li uccidono: al primo fastidiosissimo zzzzzzzzzzzzzzzzz afferro la micidiale bomboletta annientando la vita di questi microvampiri succhia sangue portatori di malattie. Se poi, per caso, una zanzara sopravvissuta mi punge, il rimedio esiste: basta spruzzare un pò di antidoto anti prurito sulla pizzicante bolla ed il sollievo è garantito.

                            Ma cosa fare per proteggersi dagli insetti umani?

La parola d’ordine è “sopportare” cercando di alleviare il fastidio con metodi anti stress (ed “anti stronzi” come qualcuno scrive), diventando tutti filosofi e tutti buddisti.

Face-book è la web-lavagna su cui ci si sfoga appuntando personali insoddisfazioni oppure dispensando consigli per vivere meglio.

I corsi di yoga, di meditazione e training autogeno pullulano di plotoni di frustrati che cercano il rimedio della mente fortificando la propria autostima, flagellandosi per le proprie colpe personali e tralasciando quelle vere e sociali.

La depressione aumenta ed i suicidi pure.

Non si può parlare di reputazione fino a che esisterà la sopportazione, non si può parlare di soddisfazione finchè le cause del malcontento generale non saranno debellate.

Se vogliamo un mondo migliore dobbiamo imparare a parlare meno ed ascoltare di più, donare prima di chiedere e prodigarci per un sano benessere senza speculare sulla pazienza altrui.

Love

 

 

la spada nella roccia

La qualità non va soltanto data, ma va richiesta là dove ne sentiamo la necessità.

Se rimaniamo male per un servizio erogato in modo insufficiente, un cibo avariato od un piatto salato al ristorante, dobbiamo imparare a reclamare, manifestando la nostra insoddisfazione.

La crisi ha generato questo gap: il management parla a vanvera volendo recuperare la fiducia del cliente esterno senza prima recuperare la fiducia del cliente interno.

Il cliente interno, insoddisfatto per la poca attenzione che gli viene prestata, si ribella manifestando un atteggiamento ostile verso il cliente esterno, trattandolo, di conseguenza, come una pezza da piede.

Viviamo con una spada costantemente ficcata nel cuore del nostro star bene, del nostro desiderio di essere circondati da un mondo armonico dove il rispetto tra chi compra e chi vende, tra chi riceve ed eroga un servizio, viene costantemente dimenticato e rimpiazzato da una lotta fratricida che vede solo vincitori e sconfitti e non solo vincitori da entrambe le parti.

Ormai assuefatti al dolore e al non rispetto accettiamo, supinamente, il malcostume generalizzato senza più ribbellarci, allenandoci costantemente alla difesa e non all’attacco, covando una rabbia assoluta verso tutto ciò che ci circonda.

Viaviamo nell’era del nervosismo e della suscettibilità senza risolvere alcun problema:

Viviamo in un mondo incazzato!!

A proposito di spade, pochi giorni fa mi tovavo, in qualità di cliente, presso un grande negozio di bricolage il cui brand richiama alla memoria Merlino.

L’azienda in questione è francese ed il personale italiano. La divisa dei commessi è verde, il loro sorriso stampato è bianco come la maggior parte delle vernici che vendono.

Cercavo delle tende, delle viti per il carton gesso, e alcuni accessori per il bagno della mia nuova casa.

La comodità di questi grandi negozi è quella di trovare tutto “in uno” facendoti risparmiare  tempo e denaro.

Il tappezziere, il colorificio, la merceria, il falegname, il vetraio, l’elettricista, l’idraulico, il ferramenta ecc. sono tutti raggruppati in un unico tempio del fai da te.

I commessi portano sulla giacca della divisa una targhetta con segnato il loro nome per poterli riconoscere ed instaurare subito un “buon” rapporto con loro.

Le facce da falegname, idraulico, fabbro, imbianchino ecc non esistono più, lì incontri soltanto facce anonime di gente che del mestiere ne sa poco e di approccio col cliente ancora meno.

Se chiedi loro un consiglio ti rispondono, con tono robotizzato, in quale reparto e scaffale puoi trovare il prodotto che stai cercando lasciandoti inebetito e frustrato davanti ad una miriade di marchi il cui contenuto e le spiegazioni sono uguali ed il cui prezzo si differenzia di pochi centesimi:

                        La scelta è un fatto personale ed individuale.

“Scusi, dove posso trovare delle viti per il carton gesso?”

“Piano superiore reparto 5 scaffale 12″

“Come faccio a riconoscerle?

“Ha mai visto una vite?

“Si”

“Ecco le viti del carton gesso sono come le altre”

“Grazie, molto gentile…..”

Traduzione della conversazione:

“Scusi, dove posso trovare delle viti per il carton gesso?”

“Piano superiore reparto 5 scaffale 12″

“Come faccio a riconoscerle?

“Ignorante ed incompetente, tutti sanno come è una vite  e lei non lo sa?”

“No”

“Chiunque lo sa, lei è proprio un deficiente, vada su e se le cerchi”

“Grazie, e vada a cagare…..”

Già offeso da quell’amabile conversazione mi diressi al piano superiore cercando nella navata centrale il reparto ferramenta, il numero 5, e lo scaffale 12.

Poichè non lo trovai mi diressi verso una postazione dove un segaligno commesso stava telefonando.

Il ragazzino vedendomi arrivare si girò, dandomi le spalle, poichè non voleva essere disturbato durante la sua conversazione: rimasi in attesa circa 10 minuti.

Sentivo, dal tono della voce e da quello che diceva che era molto contariato per il comportamento di un cliente che voleva che il materiale che aveva appena comperato gli venisse direttamente consegnato alla cassa e che lui non aveva nessuna intenzione di portarglielo..

Confabulava, insultava ed esprimeva i suoi diritti di commesso altezzoso con qualche altro collega di qualche altro reparto.

Finita la conversazione posò il telefono con furia e mi guardò con gli occhi iniettati di sangue:

“E lei cosa vuole?”

“Mi sono perso, è per caso lei il responsabile di questo reparto?

“Qui non esistono responsabili!”

“Vabeh, mi sa dire dove posso trovare le viti per il carton gesso?”

“No, se le cerchi!”

“Senta cafone di un commesso, le ho per caso fatto qualcosa che l’ha fatta arrabbiare?”

Si chiamava Antonio, lo diceva il cartellino.

“Mi fa delle domande insulse ed io le rispondo a tono!”

“Ok, Antonio, le viti se le può infilare dove dico io, intanto vado al desk centrale a fare reclamo!”

“Vada, vada..”

Il tono della risposta ricordava sfida e menefreghismo allo stesso tempo…

Mi diressi come una furia verso il desk a piano terra dove ero intenzionato a raccontare l’accaduto e ricevere, in cambio, giustizia e scuse.

Un’avvenente signorina mi stette ad a scoltare, poi mi mise in mano un foglietto sul quale avrei dovuto scrivere il reclamo apponendo anche il mio nome, cognome, indirizzo, numero di telefono e mail.

“Avete bisogno dei miei dati, per inviarmi un killer a casa?”

“No, non si preoccupi, fa parte delle nostre procedure; scriva i nomi dei commessi e quello che è successo, poi, noi, provvederemo a mettere in bacheca il reclamo, così, sia i diretti interessati sia i nostri colleghi potranno leggerlo..”

“Tipo gogna della nuova era?”

“Si”, sorridendo, “esatto”

“E poi?”

“E poi, cosa?”

“Cosa succede?”

“Niente, tutti lo leggeranno, tutto qui”

Scrissi un poema, ma con la consapevolezza che al mio reclamo non ci sarebbe stato nessun seguito.

E così fu.

Forse è per questo che le persone accettano la scortesia senza reclamare? 

E’ generalizzata la convinzione che ai reclami non verrà dato alcun seguito?

Troppa fatica per le aziende ascoltare i clienti, meglio fotterli!!

Quale arma ci resta per far valere i nostri diritti?

Continuare a reclamare e scavare la fossa, parlando male al prossimo, di chi come la Merlino, se lo merita!!

Love

 

 

 

 

vipera gentile

“Le stronze sono tante, milioni di milioni…..ma tu le superi tutte e mi stai sui maroni!”

Una mattina di questo lungo, precario e stancante 2010, mi sono alzato con l’idea di ribellarmi verso tutti coloro che, abusando del loro potere e della loro ignoranza umana, si permettono di tratare le persone come “oggetti di poco conto“ avvilendoli e facendoli sentire delle nullità: “abbasso gli stronzi!” mi sono detto, e da lì ho cominciato la mia lotta, a costo di perdere clienti e nutrirmi con l’erba del mio giardino:

“La mia dignità al di sopra di ogni cosa, la mia dignità come il bene più prezioso da proteggere, coccolare e preservare!” (mi ripeto quotidianamente questa frase come fosse un mantra benefico).

E’ così che, facendo fede a questa mia personale promessa,  ho cominciato a ribellarmi innanzi tutto esprimendo sempre il mio pensiero, poi eliminando dalla mia vita quei manager deficienti di:

  • educazione
  • cultura
  • professionalità
  • etica
  • promesse mantenute
  • rispetto
  • lealtà
  • sincerità

La mia ribellione nasce dal fatto che, alla mia veneranda età, ho deciso di stare dalla parte dei più deboli, dalla parte di coloro che lottano per un bene comune, dalla parte di chi, come me, sogna un mondo aziendale migliore e non viene capito o viceversa bistrattato, da coloro che antepongono gli interessi personali a quelli socio-aziendali.

Ho lasciato passare un pò di tempo prima di rivolgermi a te, VIPERA GENTILE, perchè mi hai sfidato tempo fa dicendomi (in tono sarcastico ) che avrei potuto parlare di te sul mio blog, ed ora, mia cara, lo sto facendo con una lucidità ed un’avversione che tu non puoi immaginare, consapevole del fatto che, per il ruolo che ricopri sei stata scelta per sbaglio ed ingenuità del tuo capo, che ti ha nominato:

                                     Responsabile delle risorse umane.

Il fatto più interessante se per caso aveste letto il mio articolo “Strega, prima e seconda parte” è che l’azienda è la stessa e che “strega” nel frattempo è stata licenziata in malomodo dopo i vari danni che aveva combinato..

Evidentemente l’esperienza passata non è servita a molto: l’azienda in questione ha sostituito una strega con una vipera.

Trattasi di masochismo aziendale?

VIPERA GENTILE ha i capelli crespi e neri che si stira ostinatamente per sembrare più attraente, naso adunco, occhi piccoli e cattivi incorniciati da occhiali da professoressa.

VIPERA GENTILE si veste come la “perfida Alexys”di Dinasty, mantenendo però quell’alure provinciale che la rende goffa e palesemente costruita.

VIPERA GENTILE è amorevole con gli altri davanti al suo capo e odiosa e maleducata quando lui non c’è.

VIPERA GENTILE, non curante del ruolo che ricopre ha in sè un odio profondo verso il genere umano e lo dimostra (sempre quando il capo non c’è), usando toni acidi verso il prossimo, risposte sgradevoli al telefono, atteggiamenti di stizza e nervosismo verso chiunque non la pensi come lei. Una responsabile delle risorse umane che invece di essere percepita come un’amica comprensiva viene percepita come una nemica sottile e velenosa di cui assolutamente non ci si può fidare.

A seguito di una mia proposta di collaborazione tra quest’azienda ed il quotidiano per cui collaboro (si trattava di promuovere uno stage per top manager presso la loro sede, incentrato sul tema della leadership e dell’innovazione) dove sicuramente i vantaggi, per immagine e prestigio erano più per l’azienda che per me stesso, l’amministratore delegato, entusiasta per la proposta, delegò a VIPERA il progetto.

VIPERA divenne così, non solo il mio interlocutore ma anche interlocutore di alcune mie colleghe del quotidiano che avevano ideato questo particolare stage per i loro clienti.

Lasciai il numero di telefono di VIPERA  ad una mia collega che avrebbe dovuto prendere un appuntamento corale ed indire, così, la prima riunione.

Dopo alcuni giorni, ricevetti una mail in cui la mia collega si lamentava della maleducazione e della scortesia espressa da VIPERA durante il corso della telefonata: “sembrava quasi che si fosse seccata dalla mia richiesta di appuntamento“, mi scrisse.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: presi il telefono e chiamai immediatamente l’amministratore delegato comunicandogli che, causa VIPERA, il progetto era saltato e che io non avrei più collaborato con loro fino a che quel serpente velenoso non fosse stato cacciato.

Poi scrissi io una mail, in doppia copia, una all’ADE e l’altra a VIPERA, in cui esprimevo il mio disappunto per il comportamento scostumato e poco prfessionale del DIRETTORE DELLE RISORSE UMANE nei confronti della mia collega, rimarcando che coprire una tale funzione in un’azienda di prestigio come quella, non era un fatto di “status”, ma di profonda responsabilità nei confronti del benessere del prossimo.

Era un venerdi sera…

Il lunedi sucessivo ricevetti da VIPERA una mail (sempre in doppia copia a me e all’ADE) piena di insulti in cui mi accusava di essermi inventato tutto e che, soprattutto, non aveva mai parlato con la mia collega….

Che fare allora se non girare la mail della mia collega sia all’ADE, sia a VIPERA …..?

Lo feci.

La mia soddisfazione si riassume in 3 punti:

  • ho difeso la dignità della mia collega
  • ho difeso la mia dignità
  • ho espresso con chiarezza il mio disappunto

“Non fatturerò, per ora, con questa azienda?”

“E chi se ne frega!”  

La mia felicità non va di pari passo col fatturato.

  

 

shit-service

Penso che a tutti sia capitato di fermarsi in Autogrill durante un viaggio in autostrada.

Assetati, affamati o, giusto per prendere un caffè, ci fermiamo in queste oasi di ristoro dove cerchiamo in pochi minuti di rilassarci per poi infilarci di nuovo nel maleducato traffico autostradale che caratterizza la nostra nazione.

I percorsi sono blindati e prima di arrivare al banco del bar dobbiamo “per forza” aggirarci tra finti cagnolini che abbaiano al nostro passaggio o maiali grugnanti o pupazzi che ridono assatanati (sembra quasi che lo facciano con disprezzo vedendoci) tra scaffali pieni di pasta, pane, salumi, cd, libri (anche manageriali), caramelle, cioccolata, occhiali, scarpe, maschere di carnevale, giochi, stereo e preservativi di tutte le misure (mi chiedo: ma la gente scopa all’arrivo, durante o li compra per ricordo?).

In Autogrill tutto è standardizzato:

  • panini
  • pizze
  • brioches
  • spremute
  • insalatone
  • mozzarelle
  • arrosti
  • risotti
  • spaghetti
  • ecc..

tranne la maleducazione di chi ci attende prima in cassa e poi al bancone!

Ecco: la maleducazione degli inservienti riesce a raggiungere livelli di scortesia talmente unica, che solo in Autogrill si può testare!!

L’approccio di queste persone è quasi sempre dettato dall’odio nei confronti dei clienti o dalla più assoluta indifferenza per chi, a loro, in fondo, paga lo stipendio.

Che i clienti siano tantissimi o pochissimi l’atteggiamento è sempre di “intimità banconale” interrotta e di fastidio profondo per ogni richiesta ricevuta.

Stiamo per fare un cenno, sventolando lo scontrino che abbiamo appena ricevuto alla cassa, che loro, in anticipo, ti bloccano dicendo : aspetti!!”

Pochi giorni fa ero da solo davanti ad un autogrill - bancone, scontrino in mano, per assaporare il caffè mattutino.

Di fianco a me una bella signora, di una certa età, in compagnia di quattro nipotini starnazzanti che volevano la spremuta.

Dietro al bancone due inservienti: uno alla cassa, immobile… senza clienti di fronte  (sembrava di cera).

L’altra, anziana, tinta di biondo (si intravvedevano alcuni boccoli che fuoriscivano dalla cuffietta bianca e rossa con stemma Autogrill), naso a becco e rossetto rosa fucsia, ci doveva servire…

La bella signora di fianco a me aveva ordinato per prima (mi ero distratto a guardare dei cagnolini che ridevano alla Dario Argento da uno uno scaffale cilindrico, posizionato, con perfidia,  in prossimità del bancone).

Io volevo solo il mio caffè.

L’inserviente irritata dalla richiesta della signora per bene, si diresse verso la macchinetta nella quale si gettano le arance e, come per magia, esce il succo…

Peccato che quella mattina la magia non accadde, infilate le avizzite arance, la macchinetta sbuffava e non usciva una goccia di aranciata.

La vecchia arcigna, prima si girò verso la cliente guardandola con odio profondo, poi gridò al collega: “Beppeeeee, questa stronza di macchina non funzionaaaa, cosa devo fare, vieni tu a metterla a postooo?”

No, ho da fare, non vedi????” (stava contando i biglietti della lotteria).

“E con la cliente come faccio??”

“Dalle un succo di frutta!” 

“Signora” rivolgendosi a lei con tono di sfida, “le vanno bene cinque succhi di frutta?”

No assolutamente, perchè non le fa a mano, spremendo le arance in modo tradizionale?”

“Ma lei sa quante arnce ci vogliono???” inviperita.

E allora?, Lei è qui per servire il cliente e se non funziona la macchina, usi le sue sacrosante manine!!”

“Scontro tra titani” pensai, e, malauguratamente, mi intromisi (gentilmente) tra le due erinni.

“Scusi”, rivolgendomi alla bionda, “e il mio caffè???”

Aspetti!!!” non vede che ho un problema!!”

“Beh, a dire la verità dovrei andare in ufficio e sono già in ritardo, e poi la macchina del caffè funziona!”

A questo punto prese in pugno la situazione la signora “per bene”:

non ci si metta anche lei, adesso!”

mi scusi signora, ho diritto di prendere il mio caffè, non trova? sono qui da un quarto d’ora ed ho assistito alla vostra kermesse, ora vorrei il mio caffè che ho già pagato, tra l’altro”

anche io ho pagato le mie aranciate, sono arrivata prima di lei e quindi se ne stia in coda!”

giusto!” si intromise la bionda malvagia ormai complice della signora “per bene”.

“certo che i corsi di formazione sulla qualità del servizio erogati per voi dalla vostra azienda non servono a molto..”

“in che senso?” domandò, con aria offesa, la vecchia in cuffietta.

nel senso che, invece di servire il cliente, lo fate incazzare!”

“ed è questo il bello!! “ rispose lei, tronfia di una risposta così sagace.

Rimasi di stucco, mi girai e scomparsi tra la folla senza aver bevuto il mio caffè.

Ho fatto male ad andarmene? Forse, ma chiedo a chiunque mi legga: “Non siete stanchi di essere trattati come cosa senza significato dal prossimo? e chiedo a voi, “Come possiamo ribellarci?

Io personalmente, poichè credo fermamente che stiamo vivendo nell’era della reputazione, ho deciso di lottare, non offendendo e mettendomi a livello di alcuni infimi personaggi, ma di essere comunque gentile (quasi sempre) con tutti.

Oggi la gentilezza viene derisa ed assimilata alla mancanza di autorevolezza, ma me ne frego e vado avanti così.

Mi sono imposto di salutare anche i casellanti dell’autostrada (altra categoria di zombie incattiviti) lasciandoli sorpresi e stupiti dal mio sorriso “durbans“.

Sarò l’unico? spero di no…perchè è dalle piccole ma significative azioni positive che può nascere un mondo migliore.

Alleniamoci allora!!

 

Love

 

 

 

 

bisonti nella nebbia

La verità offende più di qualsiasi insulto.

L’avevo capito da ragazzino quando sfrecciavo per Milano col mio mitico “Ciao”:

Avevo 15 anni ed un giorno mi affiancai ad un tram che si era fermato per far scendere i passeggeri. Poichè ero troppo vicino alla porta anteriore del “cetaceo” di ferro (ancora verde allora) impedivo il regolare flusso delle persone in uscita.

Per tale distrazione fui aggredito dal conducente del mezzo, che, urlando dal posto di comando, mi insultò con un fiume di parolacce.

Preso alla sprovvista e spaventato da quell’energumeno comunale, l’unica risposta che mi venne fu quella di dirgli, con un atteggiamento di spocchiosa sufficienza:  “tramviere!”.

Manco gli avessi insultato la mamma il tramviere, trasformatosi nell’incredibile Hulk,  scattò furibondo dal suo posto di guida e, brandendo una chiave inglese, gridò che mi voleva ammazzare.

Fuggii in tempo prima di finire miseramente sprangato.

Fu allora che constatai che molte persone si vergognano, stupidamente, per quello che sono o  per quello che fanno o per entrambe le cose. (Ho un amico parrucchiere che, ancora oggi che ha passato i sessant’anni, se qualcuno gli chiede che lavoro fa, risponde: “Il libero professionsta”. Per lui, dargli del “parrucchiere” probabilmente sarebbe come insultarlo).

Milano, giornata grigia e nebbiosa.

Ero in ritardo per un corso che avrei dovuto tenere nella sede della società per cui lavoravo e che si trovava esattamente dalla parte opposta della città rispetto alla mia abitazione (tempo medio del tragitto 45 minuti).  In quel periodo possedevo una Smart giallina, ma non di un giallino omogeneo: era un giallino sparso e spalmato tipo stucco veneziano, un colore che non voleva nessuno e che aveva fatto diventare il prezzo di quell’auto molto allettante per le mie tasche.

La Smart si guida esattamente come un “Ciao”:

  • ti consente di aggirare il traffico
  • di sfrecciare a destra e sinistra delle auto vere superandole come una mosca impazzita.
  • di farti trovare ,quasi sempre,  in pole position ad ogni semaforo.
  • di posteggiare sempre.

Quell’opaca mattina, col mio veicolo color canarino, sembravo Crudelia Demon quando, nella neve, con la sua macchinona nera e bordeaux,  cercava come una pazza i cuccioli da lei rapiti e scappati: mi mancavano i capelli metà bianchi e metà neri ed ero perfetto.

Quasi arrivato alla meta, superai a destra un’ enorme fiat a forma di tostapane in prossimità di un semaforo che era, ormai, diventato arancione e che volevo superare a tutti i costi.

Purtoppo non ce la feci e dovetti fermarmi.

Detesto arrivare in ritardo e, in quell’occasione, poichè lo ero, non solo detestavo me stesso ma anche tutti coloro che, in quel maleaugurato giorno, intralciavano il traffico sia con la loro auto sia con la loro flemma (praticamente tutti).

Il tostapane a quattro ruote lentamente mi affiancò, notai con la coda dell’occhio che il finestrino si stava abbassando…..

Prima udii una voce cavernosa ed incazzata, poi, vidi un enorme faccione che l’accompagnava.

Era un donnone di almeno 100 kg (altro che fetta di pan carré),  tutta vestita di nero (si sa che il nero snellisce) che cominciò ad insultarmi con la stessa veemenza del tramviere di trent’anni prima.

Impreparato, anche questa volta, all’aggressione e spaventato da cotanta mole, guardandola dal basso in alto, con voce calma e tagliente le risposi (recitando un vecchio copione): “cicciona!”

Poi, arrivato all’improvviso il verde, scattai col mio canarino a quattro ruote lasciando i due bisonti alle mie spalle (lei e la sua auto).

Milano è piena di posteggi “smart” dove solo queste isteriche macchinine riescono a riposare, e, fortunatamente, anche in quella occasione, era lì che ci aspettava. Posteggiai e scappai su per le scale dell’ufficio salendo i gradini a due a due (quando sei in ritardo l’ascensore o è guasto o sempre occupato).

Poichè l’aula era pressochè deserta, decisi di bermi un caffè in santa pace, quindi di passare dal bagno: mi lavai le mani, mi misi a posto la cravatta regimental blu e rossa, feci un respirone ed entrai nel personaggio del docente “tutta saggezza e sapienza”.

Aristocratico entrai nell’aula ma, come d’inacanto, fui direttamente catapultato sotto una doccia scrosciante acqua ghiacciata: i primi occhi che incrociai e che erano pieni di terrore come i miei, erano quelli di una partecipante che avevo incrociato pochi istanti prima per strada: la bisontessa acida!

Con le ginocchia che mi tremavano mi diressi verso la scrivania nel silenzio più totale della platea ignara.

Non osavo alzare gli occhi, poi, preso coraggio, reagii dicendo:

“Spesso i più grandi amori nascono da grandi odii iniziali ed oggi vorrei condividere con voi un’esperienza che ho vissuto pochi minuti fa per dimostrarvelo”.

Raccontai l’accaduto al pubblico che cominciò a ridere osservando, incredulo i protagonisti dello “scontro verbale”.

Finito il racconto mi rivolsi a lei e con occhi sognanti e dolcissimi le chiesi:

“mi vuoi sposare??”

Lei, nella sua totale e nera rotondità, ammiccò si rilassò e grata mi rispose: “si, mio principe, ma a fine corso” (fortunatamente era un bisonte spiritoso e non un tramviere scorbutico).

“Salavato in corner !!”, pensai.

Concluso il corso mi ritrovai con un’amica in più, che ancora oggi frequento: lei è sempre di mole spropositata ed io ho sempre una smart (grigia però), lei ha una splendida famiglia ed io due labrador che l’adorano.

Spesso si insulta per abitudine senza pensare che dietro ad uno stupido giudizio si nasconde una persona meravigliosa.

Love

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