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Il pianeta delle scimmie

Nell’era del servizio dove il cliente dovrebbe essere viziato e coccolato a più non posso non si è mai stati trattati così male e così sfacciatamente come oggi.

Sembra che essere cliente, non sia un pregio, ma un difetto. Una sorta di badge messo ben in vista che indica  il permesso, a colui che ti serve, di trattarti come cosa senza significato (praticamente un deficiente).

Succede dappertutto:

  • in banca
  • al bar
  • in qualsiasi tipo di negozio
  • alla stazione di servizio
  • alla posta
  • al ristorante
  • al check in (aereo, nave, traghetto, aliscafo, treno e autobus)
  • al casello dell’autostrada
  • per strada (se chiedi un’ informazione)
  • dal parucchiere
  • in palestra
  • al telefono (i vari servizi clienti che chiamiamo noi o chi ci telefona per venderci qualcosa, tipo: vino, olio, depuratori, luce, gas, aqua, cibo ecc. che ci beccano sempre quando siamo rilassati in bagno o siamo a tavola o stiamo vedendo un film avvincente in tv)
  • e così via……

La mancanza di riguardo e attenzione da parte del prossimo ci fa rimanere malissimo tanto che, quando qualcuno ci tratta con cortesia e rispetto, rimaniamo attoniti e ricordiamo l’accaduto come un miracolo pensando di avere incontrato un angelo della provvidenza.

Evidentemente il “bancone” viene vissuto, da coloro che lo gestiscono, come una sorta di podio che legittima il potere perverso e la maleducazione.

Pochi giorni fa sono andato a ritirare, presso un mega magazzino commerciale, una macchina fotografica che avevo lasciato in riparazione, poichè in garanzia.

La sera prima avevo ricevuto (dopo quasi 2 mesi dalla consegna) una telefonata da parte di un’addetta al customer service dello store la quale, con tono affabile, mi comunicava che finalmente la macchina era pronta e che sarei potuto andare a ritirala.

Personalmente io detesto i mega centri commerciali perchè la loro dimensione e la miriade di gente che li frequenta mi mette ansia. La mia personale mancanza di senso logistico, poi, mi mette nelle condizioni di perdermi costantemente e ritornare sempre al punto di partenza senza mai trovare l’uscita.

Un altro aspetto che amo poco è il posteggio.

Quando arrivo, nonostante i posteggi siano immensi, non trovo mai un posto libero. Giro e rigiro a caccia di un “buco” dove infilare la mia auto cercando di seguire le indicazioni che il più delle volte sono poste su minuscoli cartelli e non in vista.

Tali indicazioni sono talmente complicate e contraddittorie tra loro, che spesso mi ritrovo in auto contromano, con la sensazione di essere in un labirinto maledetto dal quale sia impossibile scappare.

Una volta entrato nel grande tempio dello shopping, ho la sensazione che l’aria mi manchi e faccio fatica a respirare:  sarà perchè non ci sono finestre, perchè le luci sono al neon, perchè la gente è tantissima, perchè le vetrine sono troppe, perchè insieme al cibo trovi anche le mutande, perchè puoi farti rifare le chiavi o le suole delle scarpe o anche l’esame della vista.

Lo “store” in questione, dove dovevo andare a ritirare la macchina fotografica, era collocato nell’ultimo corridoio a sinistra rispetto all’entrata della “ridente moschea” e portava il nome di un pianeta che, per convenzione, chiamerò “Il pianeta delle scimmie”.

Le “scimmie”  non sono altro che gli addetti commerciali di questo elettronico pianeta le quali, in divisa arancione e blu e con sguardo assente, si aggirano per i corridoi del grande negozio assolutamente incuranti di coloro che potrebbero acquistare o chiedere informazioni: si sa, i clienti disturbano e possono creare fastidiosi problemi!

Il bancone dell’accettazione e ritiro merce era dotato di dieci casse e circa quindici addetti. Alle casse solo due scimmie, mentre le altre, indaffaratissime, si muovevano a testa bassa (per evitare di incontrare gli sguardi dei clienti in coda) da un lato all’altro del loro recinto facendo finta di lavorare.

Le due scimmie addette alle casse cambiavano frequentemente postazione, con la mia personale idea che lo facessero apposta per sviare i clienti in attesa.

I clienti, a loro volta, me compreso, seguivano, di cassa in cassa, l’oscillante cambiamento di rotta del branco di scimmie falsamente iperattive, sperando ansiosamente di essere considerati.

Poichè gli sguardi dello stridente branco erano rigorosamente e sapientemente rivolti verso il basso, nessuno sapeva come catturare la loro attenzione.

Una cosa era certa noi poveri clienti deficienti eravamo già incazzati ancor prima di pagare la merce acquistata e pronta al ritiro.

Un momento di gioia si era convertito in un momento di ansia e di irritazione verso quelle malefiche scimmie ed il loro marchio di appartenenza.

Finalmente, dopo almeno venti minuti di schizzata attesa, la scimmia più brutta  (capelli unti, occhiali spessi, culone rasoterra) incrociando per sbaglio il mio sguardo da labrador ferito mi chiese: “lei cosa vuole?” con tono irritato per il fatto che l’avevo distratta da quello che stava facendo.

“Sarei venuto a ritirare la mia macchina fotografica, in quanto è pronta. Almeno così mi avete annunciato ieri al telefono” .

Ha portato con sè lo scontrino per il ritiro?”

“Quale scontrino? ieri nessuno me lo ha detto” tono disperato, lacrima quasi evidente (solo l’idea di dover ritornare in quel posto mi creava un senso di nausea).

“Impossibile, se ha ricevuto la telefonata ieri sono stata io a farla. E le ho detto di portarlo con sè” ghigno beffardo e soddisfatto.

“Io non mi ricordo, mi scusi” orecchie basse espressione da bambino che l’aveva fatta grossa. “non mi dica che non mi può dare la mia macchina fotografica???” disperazione totale.

“No, infatti, torni a casa e poi venga a ritirare qui la sua macchina !” tronfia, gongolante e felice.

“Ma abito dalla parte opposta di Milano, per me è un viaggio!!” quasi piangendo.

“Mi spiace, la macchia non gliela posso consegnare, sarebbe contro le procedure aziendali“  ferrea ed irremovibile.

A quel punto se avessi avuto una banana avrei saputo dove mettergliela. Brutta scimmia arancione e occhialuta!!

“La prego, mi aiuti….” sguardo da labrador biafrano e supplicante.

“Mmmmmmmmmmmmmmmmm……(molto scocciata), ha un documento con sè?”

“Certo!!” sguardo speranzoso e pieno di gratitudine.

“Dia qua!” afferrando il mio documento con stizza.

La scimmia malefica, scrutò con attenzione la mia carta di identità e si diresse dietro una porta sparendo per alcuni minuti.

Volevo la mia macchina fotografica, volevo fuggire, sparire e volatilizzarmi insieme a lei.

Tornata la scimmia prese ancora tempo: “Ecco qua, aspetti ancora….”

La mia macchina fotografica era lì a portata di mano: avrei potuto prenderla e fuggire mentre la scimmia commessa era girata a fare le fotocopie dei vari documenti di consegna per la merce riparata, ma non lo feci.

Attesi pazientemente che tutte le procedure burocratiche seguissero il loro corso……

Una volta finite le fotocopie la scimmia ritornò da me e mi chiese di firmare tutte le copie.

“Ha con sè la penna?” tono di sfida.

“No, mi spiace signorina” tono mesto e frustrato.

“Lo immaginavo……” e me ne porse una delle sue che erano appese, con uno spago, al suo collo peloso.

Firmai e tornai felicemente in possesso della mia macchina fotografica.

Guardando la scatola mi accorsi subito che la marca era la stessa, ma il modello non era quello che avevo lasciato a riparare. Per puro terrore rimasi zitto.

“Finalmente quasi libero!!” pensai.

Mancava solo il passaggio al cancello di uscita dove, uno scimmione guardiano (praticamente un orango), controllava i sacchetti e la merce di ogni cliente che usciva.

Arrivato il mio turno afferrò il sacchetto e mi bloccò:

“Dove crede di andare??” tono minaccioso.

“A casa” tono affranto (“per non tornare mai più!! pensai.)

“Ma qui non c’è lo scontrino!!!”

Evidentemente lo scimmione guardiano, enorme e vestito di nero, pensava di aver colto un ladro in giacca e cravatta che voleva svignarsela con la refurtiva.

Per me l’idea di ritornare a tu per tu con la scimmia commessa era talmente insopportabile che avrei lasciato volentieri la mia macchina fotografica al di qua della dogana.

“Sto tornando dall’ufficio “happy customer care” e la signorina mi ha consegnato la macchina fotografica senza alcun attestato d’uscita” ironico e spazientito.

Fu allora che lo scimmione guardiano telefonò alla scimmia commessa che gli diede il benestare per farmi passare.

Ed io potei fuggire in quel labirinto di mostri, luci, bambini starnazzanti, pizze, scarpe e caffè con la mia macchina fotografica, che non era più la stessa.

Mentre a stento mi guadagnavo, per l’ultima volta, l’uscita dal quel nefasto tempio dedicato all’elettronica, nella mia mente prendeva forma una sana  vendetta: consigliare ad amici e parenti di evitare quel ben poco accogliente pianeta!!

E chissà quanti, come me, lo faranno……almeno, lo spero!

Love

Negative

Il pensiero positivo è di pochi. Tutto va male, tutto è tragico ed infelice.

 

 Ricordo ancora, quando frequentavo l’università , se chiedevo a qualche mio collega  studente alcune  informazioni su un esame che avrei dovuto sostenere, le risposte ed i suggerimenti ricevuti erano in stile talebano:

          

           “difficilissimo”

           “i professori sono degli aguzzini”

           “ti sei preparato perfettamente? ” con tono indagatore e scanzonato.

           ”conoscendoti non so se ce la farai”……

col risultato che:  o non mi presentavo o rimandavo l’esame di qualche mese.

Altri esempi di linguaggio comune:

  • domanda: “c’è traffico?” risposta : “tremendo”
  • domanda: “cliente difficile?” risposta “difficilissimo”
  • affermazione: “ho un idea fantastica!!” commento: “credi? a me non sembra.”

Sembra , invece, che il mondo non ti voglia aiutare, fare stare meglio, consolarti e volerti bene.

I media non sono da meno:

  • I quotidiani che mettono in risalto solo le informazioni negative (ecco perchè leggiamo con curiosità i necrologi, in fondo, sono le uniche informazioni positive che indirettamente ci dicono che qualcuno sta peggio di noi).
  • La televisione che vive di rendita su due principi: l’esclusione di candidati da parte di una giuria tremenda, che ci fa godere di sana cattiveria e l’accettazione o riavvicinamento di persone che ci fa piangere lacrime romantiche.

Gli incidenti stimolano la nostra perversa curiosità e credo sia capitato a tutti di subire rallentamenti in autostrada per via di coloro che, incuriositi dalla catastrofe accaduta, rallentano la marcia per osservare l’incidente (fregandosene altamente di coloro che vorrebbero proseguire senza guardare).

Le aziende non vanno mai “bene” o “male“, ma “benissimo” o “malissimo” e se vanno malissimo il management, per scaricare le proprie colpe, attiva la “caccia al colpevole” tra coloro che comanda. Difficilmente si sente un capo che dice: “perchè è successo, dove abbiamo sbagliato?” ma inesorabilmente la domanda più gettonata è: “chi è stato?”.

Le radici del Terror Management stanno proprio nel piacere perverso della distruzione e non della motivazione.

Questo accade perchè ai capi piace avere intorno a loro una corte dei miracoli afflitta e disperata piuttosto che una squadra compatta e motivata …. “dividi et impera” diceva il Machiavelli e sembra avesse ragione.

Il potere è una droga e sembra che molti lo interpretino come un legittimo status che consente loro di ledere la dignità altrui facendo psicologicamente del male e non del bene.

Tanto potere e tanti soldi vanno saputi gestire sapientemente perchè ricadono nella condizione di coloro che dovrebbero fondare il proprio comportamento sul rispetto per chi non ne ha non nel disprezzo per chi non ne ha.

Qualche anno fa fui invitato a partecipare ad una crociera nel mediterraneo da una mia ex compagna di scuola che aveva ereditato una fortuna inestimabile dalla sua famiglia di imprenditori. Con qualche spicciolo si era comprata uno yact di 65 metri, una vecchia carretta che era appartenuta alla flotta britannica, messa in vendita e restaurata con uno stile da Hemirates.

Eravamo 15 ospiti e 20 persone di equipaggio: partendo dal capitano si arrivava alla massaggiatrice shatzu e al parrucchiere personale.

Ricordo ancora tre episodi da “mal di denaro e potere” talmente volgari da farmi fuggire a metà crociera non appena sbarcammo a Siracusa (per l’aereoporto di Catania presi il taxi, al fine di non sembrare uno sfigato, che mi costò un botto):

  1. La scenata plateale da parte dell’armatrice  al cuoco che aveva sbagliato a cucinare , secondo lei ma che a me sembravano squisiti (ho un palato pop) degli involtini.  Il cuoco si mise a piangere davanti a tutti.
  2. Il capitano che alle 2 del mattino si immergeva nelle acque torbide di uno dei tanti porti visitati per recuperare una scarpa di Prada che l’armatrice aveva perso salendo sul panfilo. (la folla paesana accalcata sulla banchina aveva proposto una colletta per comprare un paio di nuove scarpe alla povera armatrice scalza e sbraitante).
  3. La richiesta dell’armatrice al capitano di evitare l’onda lunga che faceva becheggiare sia la barca sia il suo stomaco. Alla domanda provocatoria del capitano all’armatrice: “scusi signora, perchè invece di una barca non si è comprata un aereoplano?” ne seguì il licenziamento in tronco dello stesso al quale fu attribuita una malsana competenza professionale (il poverello non era capace a stirare il mare).

Spesso i ricchi e potenti mescolano il pensiero negativo ai loro atteggiamenti e comportamenti verso il prossimo maltrattando soprattutto coloro che sono privi sia di  potere sia di soldi.

Il dramma è che, il più delle volte, chi non ha nè potere nè soldi utilizza, a sua volta, il pensiero negativo e la stronzaggine nei confronti del prossimo per imitarli.

 

Il pensiero negativo si trova ovunque e soprattutto è gratis.

…e la catena non si spezza mai.

Love

 

dimmi la verità

Se non ci fossero le bugie si vivrebbe molto peggio.

Le bugie sono di 2 categorie:

  • quelle che raccontiamo a noi stessi (che ci fanno stare meglio)
  • quelle che raccontiamo agli altri (che ci fanno stare meglio)

Generalmente vogliamo apparire quello che non siamo e spesso ci riusciamo.

Inganniamo il mondo ma mai noi stessi. (che cosa ci accade tutte le mattine quando vediamo riflessa la nostra immagine nello specchio del bagno che ci dice esattamante chi siamo e come siamo?)

In altre parole anche se sappiamo di essere degli sfigati di prima categoria, bugiardi e poco etici, riusciamo, con le dovute impalcature, a far credere agli altri che siamo delle superstar, dei super manager o dei super imprenditori.

Ed il bello è che il mondo ci crede e a volte ci stima!!

Ve ne voglio dare un esempio:

Pochi giorni fa mi trovavo a passeggiare, in compagnia di alcuni amici, per le strade di Brera e, arrivati in piazza San Marco, proprio di fronte alla chiesa, ci siamo imbattutti in una fiera floreale benefica molto rinomata  a Milano.

Tale notorietà è dovuta al fatto che questo chicchissimo appuntamento bimestrale lombardo è gestito da una moltitudine di signore della Milano bene che, travestite da bottegaie ma perfettamente pettinate, truccate ed ingioiellate (mai in nessuna occasione rinuncerebbero a non mettere in mostra il solitario e lo stemma di famiglia) vendono, nell’ottica della carità cristiana: 

  • piante
  • fiori
  • cestini fatti in casa
  • torte
  • abiti vintage ( ovvero i loro guardaroba smessi)
  • cappelli della nonna
  • fondi di solaio o cantina.

Lo scopo è fare benifcenza e ……….raccontarsi un sacco di balle.

Il messaggio indiretto che le benestanti signore propinano dai loro banconi al mondo esterno è il seguente:

“Guardate come siamo brave, ci dedichiamo agli altri lasciando le nostre famiglie (mariti imprenditori o amministratori delegati, figli che frequentano scuole private, cameriere agghindate da “mamy di via col vento”). Siamo buone, uniche e soprattutto dedicate a lenire una piaga sociale: la povertà”

Una povertà che, in privato, non hanno mai sperimentato da generazioni.

La piazza era gremita di persone che compravano fiori e piantine a prezzi spropositati.

Tra la gente “finta bene” che comperava e la gente “finta bene” che vendeva si aggirava una vera povera: vestitone  sudicio stile “vecchia fattoria”, foulard nero di panno calcato sulla fronte, mani nere come il foulard ed unghie orlate di nero per una questione di sporcizia e non di “anoince”.

Lasciando il gruppo mi misi a pedinare la poverella il cui unico obiettivo era quello di ottenere della beneficenza “in presenza” e non “a distanza”: con la mano protesa in segno di elemosina chiedeva sia alle bottegaie chic sia agli acquirenti delle bottegaie chic qualche monetina.

Ad ogni richiesta di elemosina veniva respinta da sguardi disgustati e da gesti di rifiuto totale. Ma si sa, la fame e la povertà non conoscono la dignità e la povera pezzente non demordeva nonostante i costanti dinieghi del nobile popolo.

Nei pressi di una bancarella situata nel chiostro della chiesa la osservai mentre si avvicinava mesta ad una delle prezzolate signore che vendeva bigiotteria anni “70″ ed alla sua richiesta di qualche spicciolo, sentii la signora risponderle così:

“Cara, è già la seconda volta che vieni da me. Di soldi non ne ho, ma se vuoi ti posso offrire una caramella” porgendole un vassoietto d’argento pieno di mentine. 

Con quel gesto la ”cara signora bene“ si metteva a posto la coscienza dimostrando di non avere capito per niente che cosa significasse avere compassione per una persona che realmente aveva bisogno di aiuto. 

In quel momento fu lampante per me la falsità di tutta quella manifestazione.

Spesso il management si comporta esattamente nello stesso modo nei confronti delle persone che dovrebbero lavorare con e per l’azienda.

Utilizzano i buoni propositi intrisi di beneficenza divulgandoli come segni di pace e spirito di squadra, ma poi, alla prima difficoltà, si comportano esattamente nel modo opposto.

Appena l’azienda non produce risultati cercano colpe e capri espiatori e se i costi superano le entrate, la prima azione che compiono è quella di lasciare a casa le persone, senza neanche pensare che queste ultime dovranno sopravvivere nell’aspra giungla della vita quotidiana (mai si abbasserebbero il loro stipendio).

La mancanza di coerenza comportamentale da parte del management è il vero dramma che accompagna le nostre aziende, perchè eleva e rinforza il senso di sfiducia e credibilità di chi comanda nell’ottica di un bene comune.

Spesso dietro un sorriso di un capo si nasconde un futuro di …….(incerto).

LOVE

 

 

 

 

I dolori del giovane Werther

La dignità generalmente si perde in due casi, specifici e distinti:

  • in amore
  • col cliente

In amore

L’insicurezza amorosa porta spesso a farci commettere clamorosi sbagli comportamentali determinati dalla nostra incapacità di stare da soli che, a sua volta, genera una sorta di dipendenza emotiva negativa nei confronti della persona amata.

E’ abbastanza usuale, di fronte ad una risposta ermetica da sms del tipo: “ora non posso, fatti sentire più tardi” che il nostro cuore vaghi per i meandri più subdoli ed oscuri della nostra mente facendoci agire, di conseguenza, nel modo più sbagliato possibile.

Infatti, se colui o colei a cui teniamo ci dovesse ingenuamente inviare  una risposta del genere ad una nostra chiamata non accettata per sua necessità o ad un s.o.s. di richiesta di attenzione tramite messaggio, il pensiero più frequente che ci passa per la  testa è questo: “Ecco, ce l’ha con me e non mi vuole parlare… e perchè?”… cosa ho fatto di male???”…. io non mi merito di essere trattato/a così”.

La precarietà del messaggio ricevuto ci lascia in balia di pensieri atroci, che ci rovinano la giornata rendendoci depressi ed irritabili con tutti.

Il livore sale e piano piano sale anche il desiderio incondizionato di richiamare la persona amata per avere una risposta sincera e costruttiva sui nefasti presagi che questo “neutrale messaggio” ci può avere creato.

La mente costruisce una sorta di cordone ombelicale tra il nostro cuore “maltrattato” ed il cellulare: la nostra concentrazione professionale viene arrestata ad ogni squillo o sms che riceviamo, i quali, ovviamente,  non arrivano mai da chi ci interessa.

In questi casi le nostre risposte diventano ermetiche ed inespressive con tutti, perchè siamo convinti che, secondo la tradizione dell’amato/a sfigato/a,  lui/lei chiamerà o messaggerà mentre siamo al telefono.

Quando poi il telefono squilla, mostrando in anteprima il nome della nostra dolce metà che ci sta cercando, guardiamo con odio quel nome e:

  • o non rispondiamo (così impara…)
  • o rispondiamo in malo modo (così impara…)
  • o rispondiamo facendo finta di niente (intanto gliela faccio pagare in un’altra occasione..)

Uno dei motivi per cui  le “storie d’amore” finiscono si chiama: IDIOZIA AMOROSA.

L’idiozia amorosa non è altro che un concentrato di tutte le nostre debolezze ed insicurezze mai risolte e sfocia in quella che molti erroneamente chiamano “mal d’amore“, caratteristica ineluttabile del romanticismo più becero.

Nel romanzo “romantico” epistolare “I dolori del giovane Werther” di Goethe, il protagonista si uccide perchè una riluttante fanciulla, nonostante le parole d’amore scritte da lui, non gliela dà. (al giovane Werther mancava il pensiero positivo che dietro il problema gli avrebbe fatto scaturire la seguente opportunità: “la cretina non me la dà, pazienza, ce ne sono molte altre disponibili! Peggio per lei”)

Sembra, che, a tutt’oggi, il pensiro positivo manchi quasi a tutti e che tutti siamo, sotto-sotto un pò Werther che di fronte ad un momentaneo rifiuto di qualche sciocca/o che non ci vuole, preferiamo agire stupidamente nei suoi confronti piuttosto che rimboccarci le maniche e darci da fare con tutto il resto del mondo.

Col cliente

La differenza sostanziale tra l’amata/o ed il cliente è che i primi non ci pagano lo stipendio (salvo rari casi di mogli con padre imprenditore e marito dipendente nell’azienda del suocero o viceversa. In questo caso i partner stipendiati sorridono sempre anche se vengono trattati come “pezze da piedi”).

Il raggiungimento di un budget, le previsioni impostate su repeated-business con clienti usuali, i sogni di fatturato che ci permetterebbero di fare serenamente fronte alle imposte da pagare ci rendono molto più fragili del giovane Werther se il cliente non ci richiama o non ci riceve o non risponde alle nostre “accorate” mail.

In questo caso il pensiero positivo “trova il tempo che trova“, perchè da un lato c’è il capo che ci cazzia, dall’altro il nostro portafoglio vuoto che piange come un neonato affamato che deve essere “nutrito” subito.

Nei confronti del cliente il valore del portafoglio supera di gran lunga il valore romantico del cuore, e,  non c’è niente come il portafoglio vuoto ed il cliente scomparso che ci fa agire secondo tutti i canoni più adeguati per distruggere la nostra già precaria autostima.

Ecco perchè il cliente lo si ama sempre, qualsiasi sia la sua composizione fisica, psichica e mentale.

Lo si ama anche quando si pensa di essere di gran lunga più belli, intelligenti e sexy di lui. Con lui si sorride anche se avresti voglia di ucciderlo e, se ti fa aspettare delle ore nella sala d’aspetto siamo pronti a giustificarlo invece di mandarlo “affanculo”.

Il problema è quando i rapporti con lui sono idilliaci, il lavoro eseguito definito “eccellente”, il tempo dedicato a lui superiore alle sue aspettative e lui, inesorabilmente sparisce,  facendoti sentire abbandonato a te stesso in un oceano, calmo e minaccioso, pieno di oscuri presagi:

Dal pensiero positivo:

“Forse si è ammalato”….. “Forse è un periodo in cui è preso da mille impegni” …… “Forse deve ancora incontrare il comitato direttivo per prendere decisioni in merito al mio progetto…”

si precipita velocemente nel pensiero negativo:

“Forse ce l’ha con me….e perchè?…… “Dove ho sbagliato?” ….. “Hanno segato il mio progetto e ha paura di dirmelo” …. “Non sarà morto??”…  e così via….

La paura di un tale esito è così forte che riusciamo a costruirci una personale aura nera ricolma di sventura che ci paralizza totalmente.

I pensieri negativi si susseguono e si trasformano in sfiga costante acclamata ad effetto domino, dove se un cliente non si fa sentire, non si faranno sentire anche tutti gli altri.

Perfortuna non esiste uno “STURM UN DRANG” manageriale sennò saremo già tutti morti.

E se fossero le nostre persone veramente amate  e a volte da noi erroneamente disprezzate che ci mantengono in vita?

Love.

 

Fiumi di parole

“Il solo modo di dire il vero è dirlo con amore”

                                    Thoreau

Il fine ultimo della comunicazione è saper creare rapporto con gli altri, ma poichè la maggior parte dei manager, quando parlano raccontano agli altri quanto “loro” sono bravi, se da un lato hanno trovato l’illusorio sistema per rafforzare la propria autostima, dall’altro hanno inconsapevolmente creato un metodo di comunicazione  che uccide di noia chi li ascolta (con conseguente rifiuto incondizionato).

 

Saper comunicare è un’arte che politici, manager, venditori ed alcuni attori dovrebbero affrontare dedicandosi con passione e serietà senza sottovalutarla come spesso fanno.

Prendiamo ad esempio la Cucinotta nazionale che ha presentato la recente mostra del cinema di Venezia.

Credo che, poter presentare la serata di inaugurazione della mostra del cinema di Venezia, sia un’occasione unica per qualsiasi attore o attrice per dimostrare al mondo intero che, oltre ad essere dotati di bellezza, sono anche dotati di talento artistico.

Ora, non so se l’abbiate vista ed ascoltata, ma io, pur non conoscendola, mi sono vergognato per lei.

La Cucinotta ha letto un comunicato come avrebbe potuto farlo un bambino balbuziente ed anche un pò dislessico tanto che i fanatici di youtube hanno subito pubblicato il video della sua performance prendendosi gioco di lei.

A loro volta, i fanatici di facebook, lo hanno riversato sulle loro pagine personali facendo diventare questa presentazione la condanna a morte artistica della povera ed impreparata attrice.

Che cosa si ricorderanno i posteri della Cucinotta?

Le enormi tettone gonfiate e messe in mostra con dovuta preparazione scenografica.

Giusta conseguenza di un sistema pop-globale che favorisce l’apparire all’essere.

Se il pubblico in sala è rimasto in rigorosio silenzio, non è perchè ascoltava ma perchè era terrorizzato da un eventuale scoppio di tetta a 5 atmosfere che sarebbe stato devastante per tutti.

La comunicazione è sottovalutata e viene presa sottogamba da coloro i quali sono arrivati al potere pensando di poterlo mantenere con la forza (o con la forza delle tette come l’ingloriosa attrice) ed il ricatto manageriale.

Come si fa a comunicare, nel vero senso della parola, se non si ama e si rispetta chi abbiamo di fronte?

Come si fa ad imparare l’arte della comunicazione se prima non ci si dedica all’ascolto ed all’osservazione?

Le riunioni, i meeting e le convention sono per i manager (così come per la Cucinotta la presentazione del festival di Venezia), un’occasione più unica che rara per dimostrare al mondo aziendale  la propria attitudine alla leadership, ovvero la capacità di saper ispirare  le persone portandole ”a voler fare” e non “a fare” come molti erroneamente pensano.

Quindi, l’arte della comunicazione parte da un sentimento devoto all’altruismo che scatena nel prossimo scosse telluriche emotive positive e la conseguente reazione di “passione per l’ascolto” e “memorizzazione sentimentale“.

Cosa c’è di più piacevole nel dare e ricevere attenzione?

L’energia aziendale nasce proprio da questo moto comunicativo  che deve essere perpetuo e, soprattutto, seguito da azioni manageriali coerenti e costanti nel tempo tali da costruire una roccaforte di rispetto e fiducia reciproca tra coloro che comandano e coloro che eseguono.

Valori, questi,  che corrispondono alla premessa di risultati duraturi nel tempo.

Per avere successo nella comunicazione dobbiamo imparare ad essere noi stessi e non volere apparire per quello che non siamo: la comunicazione efficace premia la naturalezza di chi comunica e non la contraffazzione che renderebbe il messaggio espresso “veritiero” ma non “vero”.

Chi desidera diventare un bravo comunicatore deve avere il coraggio di “guardarsi dentro” ed imparare ad osservarsi dal “di fuori” senza mai cadere nell’autocompiacimento ed avvalendosi di un positivo senso critico:  è saggio dirci che siamo ok ma soprattutto che possiamo fare meglio.

Prendiamo esempio dalla grande cantante Edith Piaf, che, una volta intervistata da un giovane giornalista che voleva saperne di più sul suo successo rispose: ”se hai dei difetti, non nasconderli mai, ma mostrali agli altri come se fossero dei pregi. Vedrai che gli altri ci crederanno e li percepiranno come tali”.

Pertanto, anche la timidezza, se sfoggiata come pregio e vestita di discrezione può diventare un fatto puramente seduttivo e di grande attrattività.

Impariamo a conoscerci meglio prima di darci” in pasto” agli altri e soprattutto cerchiamo di apprendere dagli altri prima di giocarci la nostra reputazione.

Love.

 

 

Cartoline dall’inferno

Le isole Eolie sono sette e rappresentano sette diverse “community”:

  • Vulcano : bella fuori e bruttina dentro con turismo di massa.
  • Lipari: mix chic-pop per chi ama usare l’auto anche per andare a comprare il pane.
  • Salina: verde e placida raccoglie famigliole starnazzanti con bambini.
  • Filicudi: selvaggia e maestosa è ricettacolo di milanesi col grano amanti di arte e cinema di cultura. Accentra i radical chic.
  • Alicudi: sperduta, bella e solitaria, accoglie chi vuole farsi del male salendo e scendendo in continuazione i 12000 gradini che servono per raggiungere le assolate dimore eoliane. Pare, infatti, che il passatempo più  in voga da quelle parti sia starsene rinchiusi a casa leggendo un buon libro o dormire sonni profondi.
  • Stromboli: la più mistica ed inquietante delle sette sorelle. Da una parte dell’isola, tra Scari, Fico Grande e Piscità si accalca una community di napoletani vistosi, qualche labbrone rifatto, disco e canne. (Stromboli vuole imitare Panarea ma non ci riesce, perfortuna). Dall’altra Ginostra che vive di silenzio e tramonti meravigliosi. Qui si diventa vegetariani perforza perchè carne e pesce sono una vera rarità.  In questo piccolo paese arroccato sugli scogli si radunano tipi strambi amanti della solitudine e del tetro suono di Iddu (il vulcano). A Ginostra ci si lava poco (le cisterne sono quasi tutte ripiene di acqua piovana che quando finisce o si ha un amico che ti presta la sua o devi partire) e si diventa perforza amici dei topini di campagna (sono intelligentissimi, fanno lo slalom tra i diversi tipi di veleno messi dai turisti senza mangiarlo) che non muoiono mai.
  • Panarea: è bellissima, forse la più bella delle sette sorelle ma con un piccolo difetto: è ricettacolo di tutti i manager che hanno lasciato il loro suv a casa e lo hanno sostituito con un cigarette (motoscafo “tamarro” a punta che va velocissimo ed inquina mare e silenzio).

Sbarcando a Panarea vedi:

  • Il porto gremito di barche (i ricchissimi amano sfoggiare navette antiche e restaurate : a poppa sventolano bandiere da paradiso fiscale e sulla coperta vengono mostrati marinai in divisa firmata.)
  • Gli uomini che indossano scarpette di camoscio morbide coloratissime ed un abbronzatura lucida esaltata da creme costose.
  • Le donne che a qualsiasi ora del giorno sfoggiano tacchi vertiginosi, labbroni  di dimensioni spropositate e capelli fonati (alcune mettono in vista tettone rifatte da fare invidia ai parabordi delle barche ormeggiate).
  • I rampolli ventenni dei manager cittadini che passano il loro tempo nei diversi baretti ascoltando musica da rave e bevendo alcol (classiche facce da pirla).

A Panarea si deve mostrare quanto si è ricchi ed anche incapaci di lasciare la città. E’ un concentrato di sigari, catenone d’oro musica assordante. Tutti girano con i loro biglietti da visita perchè non si esclude che sull’isola si possa fare business!

A Panarea la bellezza viene maltrattata, sporcata ed inquinata dal benessere che prende il sopravvento su tutto.

Lisca Bianca è uno scoglio meraviglioso dove solo chi ha la barca può andare a farsi una nuotata tra i colori del paradiso.

Con mia madre e mia sorella decidiamo di fare una gita proprio lì.

Ore 7.30 aliscafo da Ginostra arrivo a Panarea ore 8.00.

Dalle 8.00 alle 11.00 del mattino Panarea ritrova la sua identità di assoluta bellezza: dormono tutti, infatti, compresi gli addettti al noleggio dei barchini.

Alle 11.30 entriamo in possesso di  un pop-barchino munito di tendalino ed ancora da sei kg. Nel mio zainetto panini al formaggio e prosciutto ( a Panarea si mangia di solito cucina marocchina e sushi milanese) e due bottiglie di acqua ghiacciata.

Il placido motore a 10 cavalli consente la traversata in circa mezz’ora.

Non so se vi è mai capitato di attraversare la strada al Cairo dove sembra che tutte le auto vogliano investirti:  non basta guardare prima a destra e poi a sinistra per poi attraversare tranquillamente, ci vuole una lucida prontezza nel cogliere l’attimo meno trafficato ed uno scatto felino onde evitare di finre diritti all’obitorio.

Se decidete di partire da Panarea, con un tranqillo barchino in affitto e raggiungere Lisca Bianca, l’esperienza è molto simile (consiglio almeno 25 cavalli per uno scatto felino tra le onde).

Le auto impazzite del Cairo vengono sostituite da barconi colossali che non sai se chi le governa ti può vedere, motoscafi da gara che, casello Panarea casello Lisca Bianca, ci mettono 12 secondi, gommoni cabinati che volano ad un metro dall’acqua e dulcis in fundo le moto d’acqua, che, come gli scooteroni da città, sono il vero simbolo di staus per chi ce l’ha quasi fatta .

Arrivare a Lisca Bianca col barchino in affitto non è una piacevole gita ma una stressante lotta per la sopravvivenza.

Una volta arrivati il problema è trovare un posto che non sia occupato da altri natanti e la sensazione che si ha è quella di andare a fare una gita nel parcheggio della Rinascente durante il periodo pre natalizio.

Il silenzio viene sostituito da una serie di musiche assordanti che provengono da più barche dove gli ospiti, invece di ringraziare Dio per la bellezza che ci regala, ballano ed urlano  sguaiatamente in segno di riconoscimento verso il dio denaro.

Vedo ancora il nostro vicino di barca con la faccia da Tinto Brass, la panciona molle e nera straripante da una camicia azzurra a manica lunga sbottonata fin sotto l’ombelico, catenone d’oro e puzzolentissimo sigaro in bocca, mentre ammira il suo meraviglioso ultimo acquisto: un puttanone finto biondo mollemente coricato a prua. Le tettone di plastica al vento e la sua banca portatile coperta da un micro perizoma rosso.

Col denaro, in effetti, si può comprare tutto….

“Che ne dite ragazze..torniamo a casa?”

Love

Chiuso per feria..

 

“Partire è un pò morire..”

Tra la parola vacanza e la parola ferie, c’è una sostanziale differenza.

I manager strafighi vanno in vacanza, tutti gli altri vanno in ferie.

Dal vocabolario on-line :

FERIA (una feria..due ferie…boh!)

Periodo di riposo, di vacanza, che spetta ai lavoratori: ferie estive, natalizie, pasquali; avere, prendere le ferie; andare in ferie; tornare dalle ferie.

La feria per tanto è dei lavoratori e la vacanza dei pensatori: la manovalanza va in ferie, gli strateghi vanno in vacanza.

La parola ferie non verrà mai pronunciata davanti al Radeztzki mentre è possibile sentire parlare di ferie dalle 13 alle 14  in tutte le mense italiane.

Pronunciare la frase :”Dove vai in ferie di bello?”   esclude risposte tipo: St. Tropez, Santa Margherita, San Francisco…ecc (pare che i Santi accolgano tra le loro braccia soltanto chi va in vacanza) ed include risposte tipo: Riccione, Rimini, Rapallo….(dove si sprecano i barconi per andare a visitare tutti i Santi balneari).

Provate a fare questa domanda ad un manager strafigo, vi guarderà indignato.

Nelle aziende esiste il piano ferie, non il piano vacanze e le ferie hanno la seguenti caratteristiche:

  • periodi prestabiliti (lo dice anche il vocabolario)
  • non durano più di due settimane
  • prevedono partenze e ritorni in auto (le code interminabili in autostrada sono per chi va in ferie)
  • sono un diritto
  • sono un dovere
  • si accumulano (“quante ne hai?..”)
  • vanno spese (se non le consumi rischi di perderle….)

I capi concedono le ferie e poi se ne vanno in vacanza.

Secondo me la parola ferie è stata inventata per far si che i corpi vadano al mare o in montagna e le teste rimangano in ufficio.

La parola ferie quindi sembra essere avvolta in un’atmosfera cupa (il mare di chi va in ferie non è azzurro cristallino ma verde intenso e un pò melmoso) e un pò triste, forse perchè le ferie vengono concesse, mentre le vacanze si prendono.

Ora mi sono messo in corner da solo, perchè se dico che sto per chiudere i battenti e andare in ferie sembra che mi stia dando dello sfigato, se invece dico che me ne vado in vacanza la mia immagine viene catapultata fuori dal Radetzki e associata con quella di coloro che amano apparire.

Quindi dirò soltanto che da domani lascio Milano e mi sposterò a Ginostra con l’ansia di un distacco che inevitabilmente un pò mi fa soffrire.

Prima causa di sofferenza: Casa

Abbandonare e lasciare la mia casa milanese in balia dei ladri (loro non vanno nè in ferie nè in vacanza, lavorano sempre, soprattutto ad agosto) mi fa sentire un traditore.

Seconda causa di sofferenza: Cani

Tra i pappataci siciliani  (che procurano la lesmaniosi difficilmente curabile e che porta alla morte) e le zanzare lombarde (che procurano la filaria ma che si può prevenire e curare), ho optato per le seconde e quindi deciso di lasciare Gioconda e Gaspare i miei due bambini pelosi (labrador ovviamente), in pensione.

Il fatto che loro dipendano totalmente da me e che oggi, ignari del loro destino, vengano lasciati in custodia a degli estranei insieme ad altri cani estranei mi crea un grande senso di colpa.

Poco fa li ho fatti sedere di fronte a me, (avevano gli occhi a palla e mentre mi sorridevano facevano andare i loro codoni in segno di felicità e gratitudine) e ho spiegato loro che li avrei mandati in vacanza (sono sicuro che se avessi pronunciato la parola ferie i codoni si sarebbero fermati in segno di imminente pericolo) in un delizioso alberghetto vicino alla Malpensa e che avevo prenotato una suite con vista giardino e lettone matrimoniale (sesso a go-go, ragazzi!!).

Mi sono raccomandato con loro di essere socievoli e di fare nuove e belle amicizie, di farsi compagnia e di pensarmi un pò, anche perchè io avrei pensato a loro moltissimo.

Prego il buon Dio che mi abbiano capito!!!

Chiuderò il blog per qualche settimana, il che non vuol dire che non scriverò.

Dove vado internet è un lusso per pochi e la mia fedele chiavetta da quelle parti non funziona.

Parto con mia madre e mia sorella che inevitabilmente sostituiranno Gaspare e Gioconda.

Anche se sorridono meno e non hanno i codoni pelosi che vanno a 1000 hanno una peculiarità: dai loro in mano un pennello e della vernice bianca e le fai felici! 

Le vedo già imbiancare le mura ingiallite dall’inverno della mia casetta estiva.

Io leggerò, scriverò e cercherò di riempirmi gli occhi ed il cuore di tutto il bello che mi circonderà tanto da farmi una scorta invernale salva tristezza.

E poi, cari lettori, vi penserò grato per avermi seguito fino ad ora e grato di risentirvi a settembre.

Buone………………………….che dico ora?????

Carmen, Luca, Fabio……Eva, Pat         mi mancherete!!

LOVE 

 

Strega-seconda parte

La tavola era apparecchiata magistralmente, le sue mani adunche afferrarono il tovagliolo e lo posero sulle sue ginocchia.

Feci altrettando cercando di mettermi in sintonia.

“Cosa bevi?” mi chiese lei in tono amorevole.

“Aqua con gas…no naturale” mi corressi. (l’idea che l’acqua gasata mi avrebbe potuto fa fare brutte figure mi terrorizzò)

“Niente vino?” replicò Strega con aria di sfida.

“Beh”, risposi, “magari un bicchiere di rosso fermo lo bevo” (trasgredendo in un attimo ai miei principi dietetici)

Quando arrivò il cameriere fu lei ad ordinare:

“Per il signore un bicchiere di vino rosso fermo, per me una bottiglia di acqua naturale non fredda, grazie”

Pensavo di essere stato accondiscendente e ben educato accettando il vino, soprattutto perchè , credevo, l’avrebbe bevuto anche lei.

Invece, io avevo trasgerdito alla mia dieta e lei non alla sua.

Constatai che la capacità di Strega di infinocchiare il prossimo e metterlo a disagio era magistrale.

“Un genio“, pensai.

Il primo boccone della mela avvelenata andò giù.

“Ho una splendida notizia da darti, Gian Luca!” i suoi occhi azzurro ghiaccio mi guardavano dentro.

Poi mi propose un cin-cin acqua versus vino.

Alzai il calice e avvicinandolo al suo, dissi :”Dimmi, Sandra” (ovviamente questo non è il suo vero nome)

Pronunciare il suo nome di battesimo mi mise ancora più a  disagio.

“Sono stata contattata da un head-hunter, circa due mesi fa e sono in dirittura d’arrivo per firmare il contratto con la XXXXXX, azienda che tu ben conosci”.

Come un vampiro incenerito dal raggio di sole, rimasi col calice sollevato, la mascella sul piatto e cominciai a sgretolarmi lentamente.

“Ma daaaaaaaaaaaaaaaaaaaaai!!??” risposi io, falsamente elettrizzato dalla notizia.

Perchè non me lo aveva detto prima? Perchè mi aveva commissionato tutte quelle indagini se sapeva che se ne sarebbe andata dall’azienda?

Arrivò nuovamente il cameriere.

Senza togliere neanche per un secondo i suoi occhi dai miei, senza preoccuparsi minimamente del cameriere che cercava un contatto visivo nella speranza che almeno uno dei due lo tenesse in considerazione…

“Cosa prendi?” mi domandò.

“Niente” avrei voluto rispondere, lo stomaco mi si era chiuso come per magia con effetto anfetaminico immediato.

“Un filetto ai ferri, con verdura bollita”, grazie e tu”?

“Lo stesso”, guardò fuggevolmente il cameriere con uno sguardo che gli comunicava di togliersi velocemente dalle scatole.

“Allora Gian, cosa ne pensi?” eravamo passati al Gian ed il suo tono di voce era suadente, velenoso e sgradevole come tutta la situazione che si era venuta a creare.

“Che sei una stronza!”, avrei voluto rispondere.

Invece, presi un pezzetto di pane per verificare come fosse lo stato del mio stomaco, masticai lentamente, deglutii, poi, con tono pressocchè inespressivo le risposi:

“Mi sembra una splendida opportunità!”  (“si, ma io cosa c’entro?” avrei voluto aggiungere”)

“Ho bisogno di te, Gian, del tuo aiuto”  se mi avesse preso la mano sarei svenuto.

Per fortuna non accadde.

“Come?”, le risposi col tono più falsamente complice possibile.

“Mi devi raccontare tutto della XXXXX, di come è il management, come sono i  loro rapporti, le loro debolezze quali sono le persone giuste su cui investire e soprattutto, da consulente strategico quale sei, mi devi dire quali sono le aree in cui tu interverresti. Voglio fare un ingresso trionfale, prendere le giuste decisioni e tu, mio caro Gian, poichè apprezzo molto la tua professionalità ,sarai al mio fianco. Insieme faremo grandi cose.”

“Fidati Gian”, Strega mi fissò con i suoi occhi azzurro ghiacccio inumiditi per l’occasione………….

“Noi due faremo grandi cose alla XXXXX”.

Ormai tutta la mela avvelenata si era piazzata nel mio stomaco senza lasciare più spazio nè al filetto nè alla verdura bollita: mi girava la testa ed ero confuso.

Ecco le due opzioni che mi si offrirono:

  • Se le avessi detto che era matta, avrei perso Lei, i futuri fatturati ma avrei acquisito diversi punti nei confronti della mia amica Autostima.
  • Se le avessi raccontato tutto ciò che mi chiedeva, il futuro, per me, finanziariamente parlando,  sarebbe stato più roseo ma mi sarei sentito una merda.

Sulla spalla destra avevo il fumetto di Paperino vestito da angioletto che con la lira in mano mi consigliava di fuggire. Sulla sinistra sempre il fumetto di Paperino in veste di diavolo che, tutto rosso con le corna nere ed il forcone in mano, mi consigliava di tragredire..: “il mondo del business è questo, entraci alla grande..sarà tuo!”..”non sei una merda..anzi, uno scaltro consulente che pensa al suo portafoglio”.

Optai per la merda. E mi andò malissimo.

Con gli occhi ancorati nei suoi e l’aria da contrabbandiere di informazioni mi lasciai andare e svuotai il sacco.

Strega, quasi complice e amante, divorava le mie informazioni come fossero state il piatto più gustoso e prelibato che avesse mai assaggiato.

Sorrideva ed annuiva sorseggiando la sua acqua naturale ma  in modo quasi impercettibile cominciava a costruire un muro che la riallontanava da me.

Strega era come un Doberman feroce che stava finendo l’ignaro, stupido e docile Labrador.

Finito il pranzo, pagò con la sua carta di credito “oro zecchino”, mi guardò distaccata e disse: “Possiamo andare”.

In silenzio, prevedendo già quello che mi sarebbe accaduto, la precedetti, le aprii la porta, lei mi seguì e sulla soglia esclamò: “a presto Gian!” 

Senza voltarsi si diresse verso la sua Porsche fiammante.

Non l’ho mai più vista.

Seppi che un mese dopo il nostro incontro salì al trono della XXXXX e non ci misi molto a capire che il ponte levatoio, per me, era stato tirato su per sempre (mai si sarebbe dovuto sapere del nostro incontro).

Ma cosa so ancora di Strega grazie agli amici che in XXXXX mi vogliono bene e che trafugano notizie dalle sbarre poste alle finestre?:

  • La odiano tutti
  • La rete commerciale ha fatto sciopero per non volerla più tra i piedi
  • Ha licenziato i talenti
  • Ha mantenuto le pecore
  • Ha fatto le radici insieme al suo trono
  • Continua ad adulare e terrorizzare il mondo che la circonda.

Che dire, se non complimentarmi con te, Strega, perchè sei l’emblema di un management che sa usare l’astuzia, che invece di amare odia, che calpesta il prossimo per una propria sconfinata brama di potere e che soprattutto secondo i canoni di un mondo aziendale spietato e corrotto, ce l’hai fatta!!

Chissà quando ti guardi allo specchio cosa pensi di te stessa, chissà se pensi.

Sei colei che inganna sei colei che uccide: ne sei fiera?

E, ancora, grazie Strega per avermi dato l’opportiunità di sbagliare, morire e risorgere integro e più innamorato che mai del mio mestiere.

Un consiglio, però …poichè è finita l’era del KILL MANAGEMENT ed è nata l’era del LOVE MANAGEMENT, prendi la tua scopa di saggina e vola via.

L’armata dei Love Management esiste………………… anche tra gli umani della XXXXX.

Love

 

 

 

Compton House

300px-I_misteri_del_giardino_di_Compton_House[1]Gesù era un leader?

da quello che ho sentito dire su di Lui sembra proprio di si.

Certo che questa leadership gli è costata cara!!

Se il Leader si scontra con un sistema, niente da fare, viene fatto fuori!

Mi ricordo un film, che è uno dei miei preferiti, “I misteri del giardino di Compton house” di Peter Greenaway.

Nel film si racconta di un pittore che, invitato a corte per fare dei ritratti ad una nobile famiglia, si mette a ritrarre di nascosto  alcune “scene di vita nobiliare” e, una volta scoperto dalla nobile famiglia, viene fatto fuori.

La vita nobiliare ritratta dal pittore presentava lacune e mostruosità che non si dovevano sapere.

A corte esisteva un malsano equilibrio sociale gestito con perversione dalla nobile famiglia e che mai avrebbe dovuto vacillare.

Pare, quindi, che dire la verità e mettersi contro corrente non sia particolarmente producente e produttivo in un sistema falsamente democratico.

Il Leader dovrebbe avere una caratteristica fondamentale: quella di credere nelle proprie idee, difenderle e convincere gli altri del suo punto di vista.

Ma il sistema azienda difficilmente glielo consente.

Per molti manager è più comodo servire i capi piuttosto che l’azienda evitando di pensare per portarsi a casa lo stipendio.

Una formula molto utilizzata nelle aziende di oggi. (ma suppongo anche di ieri…)

In Italia esiste una famosa azienda automobilistica per cui ho lavorato, che prima cerca i talenti, quindi li assume, poi, dopo un pò li licenzia.

Mi sono chiesto perchè, ed ora mi do una risposta:

Se sei un middle manager, intelligente, propositivo e cerchi di portare avanti un tuo pensiero difendendolo, piaci poco al top management e quindi vieni fatto fuori.

Peter Greenaway insegna.

Il top che in questo caso di top ha molto poco, ha paura di perdere il suo potere  e lo difende favorendo il proprio interesse personale a svantaggio di quello aziendale. 

Il bello è che è prorio il top management , nella maggior parte dei casi, a volere dei programmi di formazione sulla “Gestione del cambiamento” inteso però in questo senso:

Il popolo aziendale deve cambiare, ovvero, pensare come il top e non con la propria testa” :

per molti di loro questo concetto viene erroneamente definito allineamento e si basa sulla staticità di pensiero.

Una “presa per il culo” epocale, dimostrata dal fatto che quando un formatore va in aula e comincia a trattare l’argomento la prima domanda che gli viene fatta dal popolo aziendale è la seguente:

Scusi, prof, ma queste cose le andate a dire anche a loro? (top management, ovvio)”

L’imbarazzo del formatore è totale, perchè lui sa che  la maggior parte dei top non va mai in aula:

i top sanno tutto, fanno tutto ma nè puliscono il water, nè fanno formazione!

Oggi è di moda parlare di “INNOVAZIONE”, ma se l’innovazione, portata avanti con creatività ed entusiasmo dai giovani talenti si scontra col pensiero obsoleto di pochi (top), finisce che  va a sbattere contro  un muro di gomma e difficilmente prende il volo.

La conseguenza è che i giovani talenti nelle aziende soffrono, poichè a loro non viene concesso di esprimersi e di portare avanti un soffio di aria fresca: piano piano devono sottomettersi al sistema e da talenti si trasformano in pecore.

Alcuni migrano verso lidi più soddisfacenti, che pare siano all’estero, altri rimangono in azienda e tramano:

silenziosamente e magistralmente si trasformano in leader non legittimati che, di nascosto, sparano contro il sistema.

I top impauriti da questi invisibili sovversivi, richiamano i consulenti proponendo loro di attivare “un indagine sul clima aziendale”, dove il vero scopo è cercare di stanare le “Mata Hari” aziendali per poi mandarle al rogo.

Quindi?

Se pensi di essere un giovane leader  con le palle, devi imparare alcune regole di sopravvivenza:

  • parlare pochissimo
  • ascoltare tantissimo
  • studiare molto bene le dinamiche sociali che ti circondano
  • sapere stare solo (la solitudine è meravigliosa è l’isolamento che uccide)
  • seguire la corrente senza mai vendere l’anima al top-diavolo
  • aspettare che il top “negativo” muoia (se è molto anziano) o cambi azienda (lo fanno spesso se sono tra i 40 e i 50)
  • dedicarsi con amore alla propria squadra
  • farsi amare dalle segretarie dei top (più amano più raccontano)
  • diventare esperti nell’uso della parola ovvero comunicare da DIO! (*)

(*) prima o poi vi capiterà di parlare in pubblico, e sarà un’occasione fantastica per affermare la vostra leadership! Vorrei ricordare che la parola fascino deriva dal latino fascinum  (predirre, oracolare attribuibile al concetto di magia) la cui radice è nella parola fari, ovvero parlare!

Ora, anche se mi sento un pò come il pittore del film di Greenway, sperando che per strada non ci sia qualche cecchino che mi aspetta, esco coi miei Labrador e mi godo il cielo azzurro di Milano.

LOVE

 

LeaderseX

leadersex

Oggi la mia amica Eva mi chiedeva se, seconodo me, ci sono differenze tra Leadership maschile e Leadership femminile: in altre parole se la Leadership è dotata di attributi sessuali.

So che in giro per l’Italia vengono tenuti convegni, soprattutto da associazioni femminili dirigenziali e imprenditoriali che trattano questo tema.

Già il fatto che esistano delle associazioni solo femminili, con manager donne, con toilette solo per donne, con manuali rosa solo per donne, e che ogni maschio venga bandito dalle loro riunioni, mi fa pensare che siano prorio le donne a sostenere l’esistenza di una leadership al femminile.

Siamo di nuovo d’accapo:

la solita vecchia competizione avanzata dalle donne nei confronti dell’uomo incentrata sulla differenza, anzichè sull’ugualianza.

Il problema vero è che le donne, volendo apparire delle leader, cercano di ricalcare il modello “machista” avanzato dai loro concorrenti, sostituendo la loro femminilità con un paio di “finte palle“.

E’ come se la leonessa di “Animal Channel” per pura competizione col Re della foresta si mettesse una criniera posticcia facendo finta di essere un maschio.

La natura ci insegna, partendo proprio dai Leoni della savana, che maschi e femmine vanno d’accordissimo e la leadership se la costruiscono in due: mentre la leonessa caccia, il re protegge i propri cuccioli e non se ne vergogna!!

Quando poi la leonessa torna nel branco con la preda, dividendo il pasto con tutti, non fa pesare al maschio il fatto che, mentre lei cacciava, lui faceva il bucato e giocava con i piccoli.

Il leone maschio rimane comunque il Re e lei la sua amata compagna: ruoli diversi e leadership diverse, senza stupide rivalse sessuali.

Impariamo due regole sulla leadership dalla savana:

  • i capi non competono ma collaborano
  • i capi creano armonia

Scriveva Oscar Wilde nel De Profundis: “La creatività comincia laddove finisce l’imitazione” ed io concordo con lui, perchè la Leadership, non è un modello, ma una condizione interiore che non può essere imitata, ma vissuta.

Mi spiego, il concetto di leadership, secondo i canoni di uno stile manageriale ormai obsoleto, viene erronamente attribuito ai capi e rappresentato come una sorta di aureola che solo pochi eletti hanno.

Sbagliato: la leadership, essendo la capacità di influenzare positivamente gli altri, è un valore a cui tutti dovrebbero tendere, sia nella vita professionale sia nella vita privata a prescindere dal ruolo che si gioca in azienda.

La leadership non dipende da organigrammi, viaggia trasversalmente tra le persone e soprattutto non ha sesso.

Il vecchio mondo manageriale, che sta perdendo credibilità ogni giorno che passa, ha erroneamente sostenuto nel tempo la forma della leadership e non la sostanza, creando dei modelli superficiali a cui la maggior parte degli stupidi (uomini e donne) si sono ispirati depauperandone la vera essenza: apparire leader non è essere leader.

  • Un orologio d’oro portato sul polsino della camicia, non fa leader.
  • Si è leader “inside” e non vestendo Prada.

Ecco i vestiti che suggerisco per essere un leader (sono unisex):

  • discrezione (il leader non ha bisogno di apparire)
  • naturalezza (essere sè stessi sempre)
  • generosità (la leadership non è una questione di possesso)
  • ascolto (il leader non parla mai di sè ricordando agli altri di esserlo)
  • coraggio (il leader non si racconta mai bugie)
  • rispetto (il leader sa che la dignità altrui è il bene più prezioso e non la lede mai)
  • libertà (il leader sa darsi delle regole e le rispetta)
  • amore (per sè stesso e per gli altri)
  • compassione (il leader si chiede sempre perchè la gente fa quello che fa e quindi non giudica mai)
  • umiltà (è la condizione necessaria per poter apprendere sempre)
  • educazione (il leader sa stare a tavola….)

Amare la propria famiglia e difenderla come Re leone, avere una vita spirituale interiore che ti porta ad apprezzare e soprattutto vedere che il bello esiste, sono valori fondamentali che consentono e consentiranno al mondo di essere migliore.

Ora, care donne manager e cari uomini  manager guardatevi allo specchio e chiedete a voi stessi se siete leader.

Guardatevi, poi,  negli occhi, sorridete, prendetevi per mano e cercate di costruire una leadership senza sesso.

Love