
La verità offende più di qualsiasi insulto.
L’avevo capito da ragazzino quando sfrecciavo per Milano col mio mitico “Ciao”:
Avevo 15 anni ed un giorno mi affiancai ad un tram che si era fermato per far scendere i passeggeri. Poichè ero troppo vicino alla porta anteriore del “cetaceo” di ferro (ancora verde allora) impedivo il regolare flusso delle persone in uscita.
Per tale distrazione fui aggredito dal conducente del mezzo, che, urlando dal posto di comando, mi insultò con un fiume di parolacce.
Preso alla sprovvista e spaventato da quell’energumeno comunale, l’unica risposta che mi venne fu quella di dirgli, con un atteggiamento di spocchiosa sufficienza: “tramviere!”.
Manco gli avessi insultato la mamma il tramviere, trasformatosi nell’incredibile Hulk, scattò furibondo dal suo posto di guida e, brandendo una chiave inglese, gridò che mi voleva ammazzare.
Fuggii in tempo prima di finire miseramente sprangato.
Fu allora che constatai che molte persone si vergognano, stupidamente, per quello che sono o per quello che fanno o per entrambe le cose. (Ho un amico parrucchiere che, ancora oggi che ha passato i sessant’anni, se qualcuno gli chiede che lavoro fa, risponde: “Il libero professionsta”. Per lui, dargli del “parrucchiere” probabilmente sarebbe come insultarlo).
Milano, giornata grigia e nebbiosa.
Ero in ritardo per un corso che avrei dovuto tenere nella sede della società per cui lavoravo e che si trovava esattamente dalla parte opposta della città rispetto alla mia abitazione (tempo medio del tragitto 45 minuti). In quel periodo possedevo una Smart giallina, ma non di un giallino omogeneo: era un giallino sparso e spalmato tipo stucco veneziano, un colore che non voleva nessuno e che aveva fatto diventare il prezzo di quell’auto molto allettante per le mie tasche.
La Smart si guida esattamente come un “Ciao”:
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ti consente di aggirare il traffico
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di sfrecciare a destra e sinistra delle auto vere superandole come una mosca impazzita.
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di farti trovare ,quasi sempre, in pole position ad ogni semaforo.
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di posteggiare sempre.
Quell’opaca mattina, col mio veicolo color canarino, sembravo Crudelia Demon quando, nella neve, con la sua macchinona nera e bordeaux, cercava come una pazza i cuccioli da lei rapiti e scappati: mi mancavano i capelli metà bianchi e metà neri ed ero perfetto.
Quasi arrivato alla meta, superai a destra un’ enorme fiat a forma di tostapane in prossimità di un semaforo che era, ormai, diventato arancione e che volevo superare a tutti i costi.
Purtoppo non ce la feci e dovetti fermarmi.
Detesto arrivare in ritardo e, in quell’occasione, poichè lo ero, non solo detestavo me stesso ma anche tutti coloro che, in quel maleaugurato giorno, intralciavano il traffico sia con la loro auto sia con la loro flemma (praticamente tutti).
Il tostapane a quattro ruote lentamente mi affiancò, notai con la coda dell’occhio che il finestrino si stava abbassando…..
Prima udii una voce cavernosa ed incazzata, poi, vidi un enorme faccione che l’accompagnava.
Era un donnone di almeno 100 kg (altro che fetta di pan carré), tutta vestita di nero (si sa che il nero snellisce) che cominciò ad insultarmi con la stessa veemenza del tramviere di trent’anni prima.
Impreparato, anche questa volta, all’aggressione e spaventato da cotanta mole, guardandola dal basso in alto, con voce calma e tagliente le risposi (recitando un vecchio copione): “cicciona!”
Poi, arrivato all’improvviso il verde, scattai col mio canarino a quattro ruote lasciando i due bisonti alle mie spalle (lei e la sua auto).
Milano è piena di posteggi “smart” dove solo queste isteriche macchinine riescono a riposare, e, fortunatamente, anche in quella occasione, era lì che ci aspettava. Posteggiai e scappai su per le scale dell’ufficio salendo i gradini a due a due (quando sei in ritardo l’ascensore o è guasto o sempre occupato).
Poichè l’aula era pressochè deserta, decisi di bermi un caffè in santa pace, quindi di passare dal bagno: mi lavai le mani, mi misi a posto la cravatta regimental blu e rossa, feci un respirone ed entrai nel personaggio del docente “tutta saggezza e sapienza”.
Aristocratico entrai nell’aula ma, come d’inacanto, fui direttamente catapultato sotto una doccia scrosciante acqua ghiacciata: i primi occhi che incrociai e che erano pieni di terrore come i miei, erano quelli di una partecipante che avevo incrociato pochi istanti prima per strada: la bisontessa acida!
Con le ginocchia che mi tremavano mi diressi verso la scrivania nel silenzio più totale della platea ignara.
Non osavo alzare gli occhi, poi, preso coraggio, reagii dicendo:
“Spesso i più grandi amori nascono da grandi odii iniziali ed oggi vorrei condividere con voi un’esperienza che ho vissuto pochi minuti fa per dimostrarvelo”.
Raccontai l’accaduto al pubblico che cominciò a ridere osservando, incredulo i protagonisti dello “scontro verbale”.
Finito il racconto mi rivolsi a lei e con occhi sognanti e dolcissimi le chiesi:
“mi vuoi sposare??”
Lei, nella sua totale e nera rotondità, ammiccò si rilassò e grata mi rispose: “si, mio principe, ma a fine corso” (fortunatamente era un bisonte spiritoso e non un tramviere scorbutico).
“Salavato in corner !!”, pensai.
Concluso il corso mi ritrovai con un’amica in più, che ancora oggi frequento: lei è sempre di mole spropositata ed io ho sempre una smart (grigia però), lei ha una splendida famiglia ed io due labrador che l’adorano.
Spesso si insulta per abitudine senza pensare che dietro ad uno stupido giudizio si nasconde una persona meravigliosa.
Love

D’estate, durante l’università, ho spesso dato una mano ad un amico muratore.
Non avendo alcuna manualità nel lavoro in oggetto (installazione di controsoffitti, imbiancature, modifica a muri già realizzati o edificazione di nuovi, …) ho quasi sempre impiegato i miei possenti muscoli in veste di “magùtt”.
In sostanza mi erano affidati gli incarichi più pesanti o spiacevoli, quali il trasporto dei sacchi di cemento o la rimozione delle macerie, a parte i casi particolari in cui potevo esibirmi in allacciamenti elettrici o telefonici (le mie specialità).
Una sera, un Architetto entrato per esaminare i lavori in corso, ha criticato aspramente il CapoMastro per una feritoia ‘mancante’.
Secondo i suoi progetti di arredatore di interno tale finestrella era da realizzare in una posizione che però avrebbe coinvolto un muro ed una colonna portante, in quella casa d’epoca.
Quando mi sono intromesso nel dialogo per cercare di sedare gli animi (si stava chiaramente degenerando in quanto sia il CapoMastro che il Geometra gli avevano fatto notare il madornale errore), mi ha apostrofato con “operaio di xxx, ti meriti il lavoro del xxx che fai”.
L’ho incontrato anni dopo, quando si è rivolto per una consulenza tecnica alla società di Ingegneria per la quale ho collaborato come consulente esterno in Telecomunicazioni. Lì per lì non mi ha riconosciuto, ma in pausa caffè, quando gli ho chiesto se ancora procedeva attivamente nel praticare finestre in muri portanti d’epoca, è diventato tutto rosso.
Love
Fabio
Ciao Fabio,
non sapevo di questa tua professione alternativa..io sono indietro coi lavori nella nuova casa, non è che per caso verresti a darmi una mano?
besos Gian Luca
Racconto delizioso, vado subito a consigliarne la lettura sul mio blog!
(Però rileggilo, c’è qulche errore di digitazione
)
Come pure nel mio commento!
Tanto, si parlava di figure barbine, quindi sono on topic
figure barbine..ma nooo dai! correto comunque